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le carte dello scandalo

Raccomandazioni e clientelismo
L’università che condanna il merito

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Le dure parole dei magistrati.


CATANIA - L’Università tempio della cultura. Scrigno della meritocrazia. Concetti che si sgretolano leggendo le parole del giudice per le indagini preliminari e dei pm negli atti dell’inchiesta ‘Università bandita’. Ricordiamo che siamo ancora nelle fasi di indagini e che il costrutto probatorio potrebbe essere completamente ribaltato da una sentenza. Ma al di là del profilo penale e del destino giudiziario dei 66 indagati, le parole pronunciate da alcuni dei vertici dell’Ateneo lasciano amarezza. E anche se qualche commentatore ha detto “abbiamo fatto la scoperta dell’acqua calda”, quelle affermazioni sono ugualmente un pugno allo stomaco. Soprattutto per chi ha creduto nell’istituzione e chi ha investito tempo e soldi nella carriera accademica e universitaria.

Il gip Carlo Cannella parla di un’indagine che ha “consentito di affermare l'esistenza di un sistema all'interno dell'Università di Catania, nell'ambito del quale vengono stabiliti in anticipo i vincitori di ogni singolo bando interno ed influenzate in tal senso le procedure relative. Ed anzi in molti casi, prima ancora del bando, veniva individuata la necessità di favorire un determinato docente a cui "spetta" in quel momento, secondo logiche interne, la progressione in carriera, a cui veniva confezionato, come un abito, un determinato bando secondo i criteri che si adattano alle caratteristiche e alle attitudini del predetto”.

Il gip, in diverse parti, fa proprie le affermazioni che i pm guidati da Carmelo Zuccaro hanno messo nero su bianco nelle oltre 1000 pagine della richiesta di custodia cautelare. Erano stati chiesti arresti domiciliari e obblighi di dimora per diversi indagati, il giudice ha deciso che erano sufficienti le sospensioni.

La cara vecchia meritocrazia? Sembra quasi una parola dimenticata. “Il controllo sulle procedure è talmente stringente da non consentire nessuna selezione meritocratica e le pochissime situazioni che - a causa di imprevisti o della presenza di candidati liberi dai condizionamenti - sfuggono al controllo dell'associazione vengono immediatamente sanzionate con ritorsioni sulla progressione in carriera dei soggetti “dissonanti’”. Emblematiche sono alcune intercettazioni. Come quella del direttore di Scienze Biologiche Carmelo Monaco che parlando con una docente commenta il ricorso fatto da un ricercatore e dice testualmente: "lui mi ha detto di stare tranquilli che non l'avrebbe fatto ma invece l'ha fatto... il cretino... vabbè lo distruggeremo... è un uomo finito ... è un uomo finito .. . non c'è problema... lo odiano tutti ormai.. . poi ho incontrato a quell'imbecille di sua moglie... gli ho detto... guarda io ti consiglio di fargli ritirare sta cosa... non so se si può ritirare... echi sacciu... perchè così sta dannegiando a tutti”.

“Il riferimento al principio di meritocrazia appare quasi grottesco se letto alla luce delle risultanze investigative”, scrivono i magistrati. Che parlano di “conversazioni di sistema” . “Si tratta di dialoghi - spiegano - che documentano la condivisa adozione, da parte degli indagati, di condotte illecite nel tentativo, fin qui riuscito, di impedire l'accesso (o la progressione in carriera) di soggetti che non condividono lo stesso progetto criminale nella gestione dei bandi e dei concorsi all'interno dell'Ateneo catanese”. E continua: “I soggetti coinvolti nel contesto investigato sono ben consapevoli dell'esistenza di meta-regole da rispettare in ambito universitario rivelando così l'esistenza di un codice di comportamento parallelo a quello legittimo fondato sulla salvaguardia dei criteri clientelari sin qui accertati”. Nel 2017, Uccio Barone, già direttore del Dipartimento di Scienze Politiche, discutendo di un concorso “bello tosto perché hanno presentato domanda 10 candidati di cui 7 idonei” proprio con chi sarebbe stato designato come vincitore, lo rassicurava dicendo: "…vediamo chi sono questi stronzi che dobbiamo schiacciare...". Chiaro il riferimento agli altri 7 idonei che avrebbero potuto mettere a rischio la vittoria del ‘prescelto’.

Intercettazioni dunque che per il gip “confermano l'esistenza di un vero e proprio codice di comportamento sommerso operante in ambito universitario secondo il quale gli esiti dei concorsi devono essere predeterminati dai docenti interessati, nessuno spazio deve essere lasciato a selezioni meritocratiche e nessun ricorso amministrativo può essere presentato contro le decisioni degli organi statutari”.

E come ogni codice che si rispetti, sono previste anche le penali e le sanzioni. “Le regole del codice hanno - spiegano i magistrati - un preciso apparato sanzionatorio e le violazioni sono punite con ritardi nella progressione in carriera o esclusioni da ogni valutazione oggettiva del proprio curriculum scientifico”. Ancora una volta il direttore Monaco con le sue parole offre un esempio calzante: "ci divertiremo... ci divertiremo..."(...). "a idda non la consideriamo... lei non andrà mai in una commissione di dottorato... ne avrà mai un dottorando... tranquilla...tranquilla ... hanno pestato la merda! Ora se la piangono”. Non sottostare alle regole del sistema significa rimanere fuori. Non importano le scale di merito.

Il rettore Francesco Basile parlando con il direttore generale Bellantoni descrive questa sorta di lobby di potere come” l'élite culturale”. “Che é tale - commenta il magistrato - perché ha illegalmente occupato i ruoli nevralgici dell'Università orientando in favore di parenti e affini l'assegnazione di concorsi che avrebbero, invece, dovuto premiare i più capaci in ossequio al dettato (sulla ‘pari dignità) previsto dall’articolo 3 della Costituzione”.


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