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inchiesta podere mafioso

Intrecci tra mafia e colletti bianchi
A giudizio i vertici del clan

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E in abbreviato arriva una condanna.

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CATANIA. Assolto dalle accuse di associazione e truffa ai danni dell’Inps ma condannato a 3 anni per corruzione. Si è concluso così il processo con rito abbreviato per Filippo Bucolo, già dipendente allo sportello Inps di Giarre, arrestato nel marzo del 2017 dai finanzieri del Comando provinciale di Catania, nell’ambito dell’inchiesta, denominata Podere mafioso, sul vorticoso giro d'affari basato sulle false indennità di disoccupazione nel settore agricolo. Il funzionario, secondo i pubblici ministeri Barbara Laudani e Raffaella Vinciguerra, avrebbe fornito, in cambio di denaro, informazioni riservate sulle pratiche in corso, dando anche un'accelerata alle stesse. Il difensore di fiducia Ernesto Pino aveva chiesto l’assoluzione da tutti i capi di imputazione.

Il gup di Catania Anna Maria Cristaldi ha accolto la richiesta di patteggiamento per Santa Gulisano e Filippo Pennisi, entrambi assistiti dall’avvocato Enzo Iofrida. I due imputati, che rispondono a vario titolo di truffa e falso, sono accusati di aver creato ad hoc aziende agricole fantasma per attestare falsamente l’assunzione di braccianti agricoli ed ottenere così le indennità di disoccupazione dall’Inps. Gulisano ha patteggiato la pena a 2 anni di reclusione e Pennisi ad 1 anno e 10 mesi. Rinviati, infine, a giudizio gli altri 22 imputati: Francesco Michele Cirami, Vincenzo Cucchiara, Francesco Gallipoli, Fabrizio Giallongo, Agatino Guarrera, Orazio Vito La Spina, Alfio Lisi, Antonio Magro, Giovanni Muscolino, Renato Panebianco, Santo Panebianco, Leonardo Patanè, Orazio Patanè, Emanuela Ramona Patanè, Ettore Riccobono, Claudio Speranza, Carmelo Tancredi, Vincenzo Vinciullo e Daniela Wissel. Il processo si aprirà l’11 marzo del 2020 davanti ai giudici della prima sezione penale del tribunale di Catania.

L’INCHIESTA. La compiacenza di funzionari e professionisti sarebbe stata alla base del sistema messo in piedi dal clan Laudani di Giarre e Paternò per raggirare l’Inps ed ottenere le indennità di disoccupazione previste nel settore agricolo. Un’organizzazione criminale al cui vertice, secondo la Procura etnea, ci sarebbero stati Giovanni Muscolino e Antonio Magro, ritenuti referenti rispettivamente del gruppo di Giarre e di Paternò dei “mussi ‘i ficurinia”. Un ruolo di tutto rispetto sarebbe stato anche quello occupato da Leonardo Patanè, noto come “Nardo Caramma”, che si sarebbe servito di moglie e figli per gestire al meglio tutte le fasi di organizzazione delle truffe. Tutti e tre sono accusati di aver agevolato il clan Laudani. Sarebbero state oltre 500 le finte assunzioni di braccianti agricoli e 10, invece, le aziende aperte e chiuse in pochi mesi per eludere i controlli. Un’attività che avrebbe garantito all’associazione un giro d'affari pari ad un milione e mezzo di euro. A ricoprire un ruolo decisivo, secondo l’accusa, il funzionario dell’Inps Filippo Bucolo ed il commercialista Alfio Lisi


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