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l'inchiesta Isola Bella

I permessi dal carcere e i summit
Pace, 'veterano' del clan Cappello

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Pace (1) con Di Bella (3) e la compagna (2) in aeroporto dopo un permesso premio

Da dietro le sbarre, l'ergastolano Mario Pace ha continuato a gestire gli affari criminali. Il pentito: "Aveva interessi economici a Giardini".

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CATANIA - Ogni permesso premio è stata un’occasione per dirimere controversie e mettere il punto sui suoi affari criminali a Catania. Mario Pace è stato un uomo vicinissimo a Turi Cappello, anzi per la verità il vero delfino è stato il fratello Nino, ammazzato nella cruenta guerra tra clan degli anni ’90. L’hanno freddato in una sala da barba a Canalicchio, come un gangster della Chicaco anni 20. Mario Pace, nel suo fascicolo, ha una condanna all’ergastolo per omicidio. Il delitto di Santo Laudani, nella macelleria di via Pietro Dell’Ova. Forse in risposta a quello del fratello Nino. Carcere a vita, dunque. Carcere che non lo ha cambiato di una virgola: criminale nel Dna. Le carte dell’inchiesta 'Isola Bella', condotta dagli investigatori del Gico delle Fiamme gialle etnee, hanno suggellato il ritorno (o forse non è mai andato via) del boss dei Cappello soprattutto nell’area di potere del clan Cintorino, storico alleato della cosca catanese. Il suo nome è tornato in auge già nel 2016, nell’operazione 'Baly' dei Carabinieri, per un traffico di droga direttamente con l’Olanda. E oggi invece Mario Pace sarebbe uno dei boss che è riuscito a infiltrarsi nel settore turistico che ruota attorno all’Isola Bella di Taormina.

Ha cercato di non farsi pizzicare Mario Pace, quando è tornato a Catania. Ha cercato, anche se invano, appuntamenti sicuri e al riparo da occhi indiscreti. Ma gli sforzi dei suoi ‘compagni' del clan Cintorino, Gaetano Di Bella e Carmelo Porto, non hanno dato gli esiti sperati. L’obiettivo delle macchine fotografiche della Guardia di Finanza ha immortalato diversi ‘rendez-vous” mafiosi, come quello al chiosco davanti l’ospedale Garibaldi nuovo del 19 agosto 2015. Oppure quando Di Bella è andato a prendere Pace direttamente all'aeroporto. Non hanno mai pronunciato il suo nome, ma ogni volta che al telefono hanno detto “lui”, gli investigatori hanno sentito “Mario Pace”. “Lui è qua con me!”, diceva Di Bella a Porto. Forse erano in viva voce. “Tu gli devi dire qualche cosa?!… lui ti sta sentendo… ti sta sentendo”. Quella chiamata è stata fatta il 4 aprile 2015. Mario Pace, coincidenze delle coincidenze, ha usufruito in quella settimana di un permesso premio.

Ma se gli affiliati sono stati attenti a non fare mai riferimenti a Pace quando parlavano tra di loro, la stessa attenzione non hanno avuto quando dialogavano con i familiari o le loro partner. E il nome dell’ergastolano è saltato fuori tante volte. Carmelo Porto a casa ha detto, in maniera cristallina, che a Calatabiano “comandava” Mario Pace. A fare da ‘collettore’ per i suoi affari e per i contatti con il clan, nel periodo in cui è stato dietro le sbarre, sarebbero stati i familiari. La compagna Agnese Brucato, e i figli Antonino e Giuseppe (tutti e tre indagati, ndr). Da una parte avrebbero fatto da “trasmettitori” delle direttive dell’ergastolano, dall’altra avrebbero ‘monitorato’ l’andamento degli affari, anche a Giardini, seguendo le direttive del boss dei Cappello.

E negli ultimi anni, a blindare le già inequivocabili prove raccolte dagli investigatori del Gico, si sono aggiunte le rivelazioni di alcuni collaboratori di giustizia. Salvuccio Bonaccorsi, figlio di Concetto 'u carateddu (anche lui pentito), lo ha riconosciuto immediatamente in foto. “Nell’area di Fiumefreddo e Calatabiano posso dire - ha raccontato ai magistrati - che Pace è un soggetto di spicco del clan Cappello. Quando scendeva durante i permessi da Padova dove era detenuto anche Ignazio Bonaccorsi (fratello del padre di Salvuccio, ndr) veniva da noi a portare le ambasciate, comunicandoci le discussioni che affrontavano in carcere”.

E si sarebbe incontrato anche con alcuni boss di vertice del clan Cappello-Bonaccorsi. In quel periodo Marco Strano, uno dei fratelli della famiglia mafiosa di Monte Po traghettata alla fine degli anni 2000 dai Santapaola ai ‘Carateddi’, sarebbe stato fuori dal carcere. “Preciso che si incontrava con Marco Strano, che era libero, mentre noi eravamo detenuti, trattandosi degli anni 2013-2014. Ricordo che lo Strano era detenuto agli arresti domiciliari”. E avrebbe incontrato anche i vertici del clan durante i permessi premio. Il pentito Salvatore Messina, ex esponente del clan Pillera, ha raccontato che tra il 2013 e 2015 “Pace essendo uno storico leader del clan Cappello, discuteva di diversi argomenti con i Cappello in quanto intendeva riorganizzarsi non appena avesse finito di scontare le sue pendenze e comunque, già durante i permessi, incontrava costantemente sia Massimo Salvo (‘u carruzzeri, oggi al 41bis) che lo stesso Salvuccio u ciuraru (Salvatore Lombardo, cugino di Turi Cappello), oltre che Giovanni u milanisi (Giovanni Catanzaro, ndr)”.

Poi Salvuccio Bonaccorsi e Mario Pace si sono incontrati in carcere a Siracusa. La codetenzione è stata accertata anche da alcune verifiche degli inquirenti. “Nel 2017 ci siamo incontrati nel carcere di Siracusa e lì lui doveva interloquire con me per ogni cosa, a seguito di disposizione di mio zio Ignazio, il quale gli disse che doveva discutere con me di tutto perché io la motocicletta la portavo bene”. E parlando parlando, l’ergastolano si sarebbe fidato del figlio del ‘carateddu’ e gli avrebbe rivelato i suoi affari. “Il Pace mi disse che lui aveva grossi interessi economici in diverse attività su Giardini, tra le quali proprio quelle relative al settore del noleggio barche, delle moto d’acqua, etc”.

Non è bastato macchiarsi le mani di sangue. Non è servito avere delle sbarre che lo hanno diviso dal mondo esterno. Il carcere Mario Pace lo ha sempre messo in conto. E non ha mai rescisso il suo legame con la cosca. Anzi, la ‘sua anzianità di servizio’ tra le file del clan, secondo il codice mafioso, ha un valore. E l’ergastolano lo avrebbe fatto pesare. “Pace mi parlava atteggiandosi da capo, facendomi notare - ha spiegato Salvuccio Bonaccorsi ai pm - che al di là di quello che aveva detto mio zio Ignazio, dovevo essere io a seguire lui e non il contrario, attestandomi la sua superiorità”. Parole, queste, che aiutano a delineare la personalità criminale di Mario Pace, un veterano del clan Cappello. Come se ‘la storica appartenenza ad una famiglia mafiosa’ fosse una cosa di cui vantarsi. A quanto pare, per Mario Pace sì. Un vanto da condividere con i detenuti durante l’ora d’aria. Altro che permessi premio.


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