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IL CASO

Racket, non si piega agli Assinnata
Il coraggio di un imprenditore

pizzo, estorsione, imprenditore.

La storia di un imprenditore che ha detto no e adesso gli è stato riconosciuto il danno morale.

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CATANIA - Un'ordinanza che sa di giustizia. Un risarcimento che forse può soltanto ristorare parte dell'enorme dolore patito negli anni. Ma da cui finalmente si può ripartire voltando definitivamente pagina. È dello scorso 31 maggio, la pronuncia della Terza sezione civile del Tribunale di Catania che ha disposto il risarcimento del danno morale subito da un imprenditore di Paternò sottoposto a estorsione, G.L., vittima quando, con la sua impresa, aveva in appalto la ristrutturazione dell'ospedale Santissimo Salvatore di Paternò. L'uomo è rappresentato dall'avvocato Vincenzo Ragazzi.

La sentenza penale.  La decisione del Tribunale scaturisce dal contenuto della sentenza di condanna dei due, passata in giudicato e quindi, per legge, "costituisce - si legge nell'ordinanza - piena prova del reato di estorsione aggravata poiché la sentenza penale irrevocabile di condanna ha efficacia di giudicato nel processo civile di risarcimento del danno". La sentenza di condanna è del 23 settembre del 2014 (depositata poi il 22 dicembre 2014): G. F. e L. C. sono tra gli imputati; sono accusati,  di aver costretto il titolare della ditta di lavori edili al pagamento del ‘pizzo’ in cambio della loro protezione per il cantiere o comunque a imporre la loro fornitura di materiali. Il tutto con minaccia “consistita nel riferire che in quella zona c'erano loro, che avrebbero provveduto a fare loro tutto e che avrebbero dovuto riferire la sua risposta ad altre persone, così facendo intendere di appartenere ad un gruppo organizzato e che in caso di mancato pagamento si sarebbero stati danni al cantiere”.

Chiaro atteggiamento mafioso e intimidatorio. “Con l'aggravante di aver commesso il fatto in più persone riunite. Con l'aggravante di aver commesso il reato avvalendosi della condizione di assoggettamento e di omertà tipica della soluzione i mafiosi”. Il processo nel quale sono imputati i due, ha ad oggetto l”'operatività in Catania nei mesi di marzo, aprile e maggio 2009 dell'associazione mafiosa cosiddetta Mazzei" e i collegamenti, tramite tale Domenico Milano di Paternò (anche lui imputato e condannato), con gli Assinnata, operanti proprio in quel territorio.

I tentativi di estorsione. È il 10 marzo 2009 quando, l’imprenditore amministratore Unico della ditta con sede a Paternò che si è aggiudicata l'appalto di ristrutturazione e consolidamento dell'ospedale Santissimo Salvatore di Paternò, denuncia di aver subito un tentativo di estorsione da parte dei due individui, L'uomo racconta che “a distanza di meno di una settimana dall'apertura del cantiere, nel pomeriggio del 9 marzo 2009, si era presentato un giovane chiedendo del titolare, il quale aveva poi parlato da solo con lui, facendo allontanare dipendenti presenti, ponendo svariate domande, offrendogli protezione e precisando che avrebbe dovuto riferire la sua risposta ad altre persone”. L'uomo respinge la proposta e dice al giovane di non essere interessato a temperare alla richiesta.

Il 21 marzo del 2009, il fratello dell’imprenditore, presenta denuncia nella quale riferisce che “il giorno precedente nel cantiere si erano presentati due individui che, rivolgendosi a un dipendente della ditta, gli avevo detto di riferire al geometra che erano quelli che dovevano fare la ‘fornitura’. In seguito alle due richieste, sarebbe stato consumato un furto di materiale dal cantiere e, qualche tempo dopo, in un altro cantiere di Paternò di cui era titolare il fratello, sarebbero stati esplosi alcuni colpi di arma da fuoco contro la parete di un fabbricato”.

A suffragare l’impianto accusatorio, poi, si aggiungerà la confessione di L. C. che si avvale del rito abbreviato e che, in occasione del dell'interrogatorio di garanzia, ammette di avere commesso la tentata estorsione e di averlo fatto espressamente riferimento a terzi soggetti”

La sentenza civile dispone quindi che Dovrà essere risarcito il danno non patrimoniale cagionato dal reato, comprensivo si legge ancora "dei pregiudizi derivati dalla compromissione al recata alla libertà del ricorrente di determinarsi autonomamente nell'esercizio della propria attività imprenditoriale derivanti dall'angoscia sofferta a causa delle minacce di subire un male, con conseguenti danni anche alla normale vita di relazione. In particolare, l'interesse è fatto valere in questo caso è quello della intangibilità della sfera della propria Libertà personale di quella imprenditoriale. Il ristoro confermato è di 30,000 euro, ma oltre la somma è il segnale ad essere importante.

 


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