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L'ANALISI

Pogliese, un anno da sindaco
Dissesto, speranze e nodi irrisolti

Catania, comune di catania, salvo pogliese, Politica

Dodici mesi da primo cittadino. Ecco cosa è accaduto.

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CATANIA - Anno primo èra Pogliese, anno primo èra dissesto. Vanno in tandem le due narrazioni che inscrivono gli ultimi 365 giorni di vita politica e amministrativa catanese. Impossibile spacchettare le due vicende o non accostare la valutazioni riguardanti l’azione del sindaco che ha preso le redini di Palazzo degli Elefanti dopo l’ennesima parentesi targata Enzo Bianco, alla situazione finanziaria dell’Ente. Certo è che il dissesto non è una sofferenza di bilancio tra le altre. Il dissesto è un macigno che paralizza e devia qualsiasi volontà di dar vita a quanto annunciato in campagna elettorale. E così è stato, perché dal momento in cui la Corte dei conti ha rigettato qualsiasi forma di appello, è come se ogni progettualità fosse stata accantonata.

Il fondo salva Comuni e la relativa pioggia di euro destinata a Catania evitano lo shutdown a una città che da sempre vive all’ombra della crisi (sia essa finanziaria, politica o sociale). Soldi che permettono al sindaco Pogliese – dopo una lunga mediazione con Roma – di non arrivare a quella macelleria che in tanti hanno temuto (persino i dipendenti comunali). Un risultato, tuttavia, che non può valere però come il metro di misura esclusivo sull’ultimo anno di gestione. Anzi, una volta erogati i fondi romani, uscirà dalla pista la safety-car che ha protetto finora l'Amministrazione dalle critiche. L’ex inquilino di Palazzo degli Elefanti, Enzo Bianco, proprio dalle colonne di questo giornale, ha espresso un giudizio pesantissimo sul suo successore: “Catania è in mano a nessuno”. Una posizione certamente di parte. Fuori dalle stanze della politica, però, la città è divisa sulla valutazione di questa fase.

Questo perché la questione del traffico (il traffico!) pare essere sempre uguale a se stessa: cioè il caos. Stessa cosa sul versante rifiuti. Saranno i catanesi sporcaccioni, ma la città continua a non brillare (nonostante gli sforzi dell’Amministrazione, i balzi in avanti in termini di raccolta differenziata e l’ingresso di Dusty in città). In ultimo, il riemergere di numerosi parcheggiatori e commercianti abusivi, scoraggiano quanti credono che la partita della legalità, Catania, la possa ancora vincere.

Probabilmente non è tutto riconducibile all'ultimo anno, perché – ad esempio – l’impossibilità di bandire il concorso per aggiungere unità al corpo dei vigili urbani ha radici profonde. Nonostante ciò, non sono tanti i segnali affinché l’attuale gestione cittadina possa essere annoverata tra quelle col pugno di ferro. E dire che appena insediato, Pogliese, con le direttive anti-bivacco aveva lanciato un monito in linea con quanto promesso prima del voto. Soprattutto circa il dossier corso Sicilia. Dopodiché, l’agenda sicurezza è stata occupata da molto altro: da chiarimenti, cuciture e la concertazione con le parti sociali. Una tirata di freno a mano, insomma. Sul decoro urbano al centro storico, attualmente, la discussione è riservata quasi esclusivamente alle questioni di gestione del suolo pubblico. Sebbene affrontata in qualche incontro ufficiale, il tema della Movida sembra uscito dalle priorità.

In fondo, Pogliese non è non vuole essere uno sceriffo. Tutt’altro, anzi. A partire dalla questione dissesto, ha preferito puntare sulla linea del dialogo. Va letta in questa direzione la scelta di convocare a Palazzo gli eletti all’Ars e al Parlamento nazionale delle tre macro-famiglie della Politica nazionale per un aiuto alla città che andasse oltre i posizionamenti di bottega. Così come la scelta di partecipare alle manifestazioni sindacali o alla tavola rotonda convocata dall’arcivescovo Salvatore Gristina circa il documento ecclesiale che chiamava la forze cittadine a un “patto di corresponsabilità” per venire fuori dal dissesto. I rapporti con il consiglio comunale sono di garbo istituzionale. Nei fatti il sindaco è quasi sempre presente: peccato però che il dibattito d'aula, finora, non abbia offerto impennate.

In generale, le comunicazioni di Pogliese sono poche. Educate, mai aggressive. Lo erano anche prime che diventasse primo cittadino, a dirla tutta. Tra i suoi c’è chi lo vorrebbe più presenzialista; così facendo, però, il rischio di commettere gaffe (o di strafare) è ridotto al minimo. Intanto, lo strappo inatteso con Gianfranco Micciché, Silvio Berlusconi e Forza Italia lo ha consumato. Un atto rischioso i cui effetti si vedranno soltanto nel tempo.

Al netto della presentazione delle linee guida al Prg (che ha incassato qualche parere non favorevole in qualche commissione consiliare), manca quell’iniziativa politica che (nel bene o nel male) possa qualificare questo primo anno e finire sugli annali di storia patria. Se Pogliese non ha abbattuto ponti; è vero anche che non ne ha costruiti (dettaglio che agli esperti di mobilità non è affatto sfuggito). Mentre il Lungomare Fest altro non è che la riscrittura del Lungomare liberato pensato da Enzo Bianco. In attesa che qualcosa di totalmente nuovo possa essere messo in cantiere, è sul versante turistico che la città di Catania sta vivendo un afflusso di vasta portata che dà respiro concreto alle casse comunali. Un tesoretto che, se integrato a una serrata lotta all’evasione della tassa di soggiorno operata delle tante strutture ricettive che operano nell’opacità, può dare slancio ad una più chiara promozione del territorio etneo. Dettaglio che non risolverebbe i problemi della città, ma – se ben gestito – potrebbe innescare buone pratiche di economia trasparente.


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