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L'odissea di una ricercatrice
La battaglia a colpi di ricorsi

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La donna, nonostante due sentenze favorevoli, è senza stipendio da quasi quattro anni.

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CATANIA - Senza stipendio da quasi quattro anni, ricorre e vince in giudizio ma l'Università non ottempera. Nonostante due sentenze - la prima del Tar e la seconda del Cga, entrambe favorevoli. Oggi una nuova pronuncia per l'esecuzione del giudicato. È il caso di A. L., ricercatrice a tempo indeterminato dell'Università di Catania, che ha impugnato la graduatoria per la chiamata a professore associato approvata dal Dipartimento di Scienze politiche nel febbraio del 2015. In quella graduatoria per tre posti, il settore al quale appartiene la ricercatrice risultava quarta. Da qui, il ricorso al Tar. È il maggio 2015 quando il Tribunale amministrativo si pronuncia per “l’annullamento dei provvedimenti impugnati” dalla ricorrente.

La questione non cambia di fronte al Cga, al quale si rivolge l'Ateneo, che rigetta il ricorso dell'Università, unitamente agli appelli presentati dai due docenti vincitori del concorso ad associato, e conferma la sentenza del Tar che aveva provveduto ad annullare anche le procedure concorsuali dei due professori di II fascia. È già il 2016. Eppure, le cose nel dipartimento universitario restano immutate: non solo i due docenti - che non risulterebbero più vincitori della selezione, alla luce della sentenza del Tar - continuano a svolgere le funzioni collegati al loro nuovo ruolo di associati, ma la professoressa A.L non riceve alcun trattamento economico, né stipendiale, né pensionistico dal novembre del 2015.

Quello della collocazione in quiescenza è un altro degli elementi contestati dalla donna, e annullati con sentenza del Tar del 2015. Eppure, quando l'Università degli studi di Catania, pubblica sulla Guri in data 20 giugno 2017 un nuovo bando ad associato nel settore concorsuale della ricorrente, dando così esecuzione alla sentenza del Tar, la professoressa A.L non può partecipare "alla ripartizione delle risorse destinate alla ricerca" e ad "accrescere la produzione scientifica", né poteva "svolgere con continuità attività didattica" perché non era stata reintegrata in servizio e risultava, anche nel bando di concorso, "collocata a riposo ". Un ulteriore danno, secondo quanto si legge nella pronuncia del Tar, poiché il collocamento in quiescenza "determina una ricorrente disparità di trattamento tra la ricorrente e gli altri partecipanti alla selezione, nonché tra la ricorrente ed i colleghi del proprio dipartimento".

Da qui le richieste della ricercatrice non solo di eliminare la situazione di collocamento a riposo a decorrere dal 1 novembre 2015, ma di rieditare il bando nonché di ottenere il risarcimento conseguente "alla violazione del giudicato riferito alla mancata percezione sia di stipendio che di pensione". Con l'ordinanza di esecuzione dello scorso 21 febbraio, il Tribunale etneo ha ritenuto fondate le richieste e confermato che le sentenze del Tar e del Cga hanno effettivamente annullato tutti i provvedimenti impugnati. evidenziando il comportamento da parte dell'Università di Catania "elusivo del giudicato" rimasto "non ottemperato", si legge nella sentenza.

Non solo dunque l'Ateneo dovrà procedere a reintegrare la ricorrente e risarcirla, ma dovrà, secondo quanto affermato con la sentenza del Cga del 2016, "bandire un posto da professore associato" onde evitare danni erariali (che potrebbero derivare, ad esempio, da chiamata diretta). "L'amministrazione - si legge nel decreto di esecuzione - dovrà provvedere a dare esecuzione al giudicato di cui in epigrafe nel termine di 60 giorni", abbondantemente scaduti, tanto da aver comportato la nomina di un commissario ad acta che dovrà provvedere ad eseguire quanto previsto dalla sentenza del febbraio 2019".

 


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