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Europee, laboratorio Catania
La resa dei conti

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L'analisi del voto, partito per partito.

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CATANIA - Mentre il centrodestra è in attesa d’individuare la seconda gamba, il sindaco di Catania Salvo Pogliese cuce i pantaloni alla tornata elettorale Europea appena archiviata. L’opzione “o-Fdi-o-Lega”, che aveva segnato le fasi immediatamente successive allo strappo con Gianfranco Micciché, si è trasformata in "Fdi-e-Lega". L’ufficialità di una strategia bifronte che era stata già intercettata dagli organi di stampa, l’ha data lui stesso ex post rivendicando il doppio sostegno a Raffaele Stancalli (Fdi, appunto) e Francesca Donato e Annalisa Tardini (del Carroccio). Tutti e tre eletti: un risultato niente male per chi, sulla scorta dei numeri, cinque anni fa aveva staccato per sé il ticket per Bruxelles e che, appena quattro anni dopo, è riuscito a riportare a destra la città di Catania dopo la quarta esperienza targata Enzo Bianco. Non ha fretta di decidere, Pogliese. Perché ogni eventuale scelta è da calibrare all’evoluzione del contesto nazionale, che non necessariamente è destinato ad una rapida conclusione della formula giallo-verde. E quindi della legislatura.

Con o senza Pogliese, Forza Italia in provincia di Catania doppia (o quasi) il trend nazionale. Tuttavia, almeno sotto il Vulcano, non è l’uomo di Micciché a farla da padrona. Nonostante sia stato eletto, il palermitano Giuseppe Milazzo resta infatti sotto quota 10mila in provincia. Possono dirsi soddisfatti quanti hanno sostenuto Saverio Romano, che però non è un azzurro ma espressione dell’intesa nazionale con gli epigoni dello scudocrociato di Lorenzo Cesa. Intanto i vari Pino Firrarello, Giovanni La Via e Raffaele Lombardo tirano un sospiro di sollievo perché, in un epoca divisa tra progressisti, populisti e sovranisti, almeno in Sicilia, scoprono che è ancora viva la nostalgia per il Biancofiore.  Ma c’è sempre l’eccezione che conferma la regola: Angelo Attaguile che, da Dc mai rinnegato, non è riuscito a far fruttare in termini di voti il proprio impegno a favore della discesa di Matteo Salvini al Sud.

Passa da Catania il risultato di Pietro Bartolo. Il medico di Lampedusa che, prima ancora di prende la laurea in antisalvinismo, aveva studiato presso l’Università etnea. Mettendo l’amarcord di lato, c’è che la sua candidatura, espressione diretta di Demos (il braccio politico della Comunità di Sant’Egidio) ha avuto come base di partenza quanto costruito lo scorso anno da Emiliano Abramo e dal progetto civico È Catania. Chiaro però che dietro al suo voto c’è di più: ovvero, le aspirazioni di quel popolo convinto che la questione immigrati può essere risolta soltanto in termini di accoglienza. Il piazzamento di Caterina Chinnici ci dice inoltre che la forza elettorale di Luca Sammartino, Valeria Sudano e dei renziani etnei non mai è da sottovalutare. Senza il loro sostegno (benché sostenuta dalle segreterie che hanno tirato la volata a Nicola Zingaretti segretario del Pd) non è infatti arrivata la riconferma a Bruxelles della giornalista Michela Giuffrida.
Il Movimento cinque stelle: con il 32,8% si conferma di gran lunga la prima forza della provincia. La iena Dino Giarrusso, catanese doc, fa il miracolo e raccoglie oltre 37mila preferenze personali. Cioè, più del doppio di quelle incassate dall'eurodeputato in uscita Ignazio Corrao e da Matilde Montaudo. Ma è il risultato della capolista Alessandra Todde, indicata da Luigi Di Maio e titolare di sole 7mila preferenze in provincia, a dirci di un triplice scollamento: quello tra elettorato e vertici regionali e quello di entrambe le realtà con le alte gerarchie romane del movimento pentastellato.


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