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l'analisi

Mafia, spari e paura
Baby boss girano armati

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Le giovani leve scalano i vertici dei clan. E hanno a disposizione micidiali arsenali. Catania come Napoli?

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CATANIA - Tante armi. Troppe. La cosa più pericolosa è che sono in mano a giovanissimi. Arsenali micidiali che sono stati raccolti e custoditi dai capi-clan come ‘riserve di fuoco’ e ‘potere criminale’. Un gruppo armato fa ‘tremare i polsi’. E secondo le tradizionali regole del codice mafioso il terrore è una delle linfe per accrescere il predomino territoriale. Più fai paura, più sei potente. Un’equazione semplice, quasi banale, ma che fa e continua a far sopravvivere - anche se non più come prima - le mafie.

Le incessanti operazioni della Squadra Mobile di Catania hanno portato a diversi sequestri di potenti mitragliatori, revolver e pistole (anche la famigerata penna pistola), nelle zone più calde della città. Da Nesima, a San Cristoforo, passando per Librino e San Giovanni Galermo. Ma guardando le ultime inchieste antimafia (di Polizia, Finanza e Carabinieri) l’età media degli arrestati si è abbassata notevolmente. E in alcuni casi sono finiti in manette minorenni con l’accusa di associazione mafiosa. Santapaola e Cappello, questi i due clan nel mirino degli investigatori.

E mentre i boss storici, tranne alcune scarcerazioni importanti già avvenute o che avverranno a breve, sono dietro le sbarre, nelle posizioni di vertice delle famiglie mafiose ci sono baby boss. Così i cronisti campani hanno ‘battezzato’ i giovanissimi camorristi che scorrazzano per le strade dei quartieri napoletani sparando a raffica in aria per affermare il predomino sulla zona generando panico e spavento negli avversari. E anche nei residenti. Le chiamano "stese".

A Catania le nuove leve della mafia, teste calde per lo più, per affermare la loro forza criminale scelgono di fare caroselli con gli scooter girando armati. Ma la pistola, a differenza di Napoli, la mostrano soltanto e non la usano. Tranne qualche volta. Solo eccezioni, però. Andrea Nizza, diventato capomafia prima ancora di compiere trent’anni, ordinava ai suoi soldati di organizzare vere e proprie incursioni con i motorini e il ‘ferro’ bene in mostra, nelle viuzze di San Cristoforo per mandare un chiaro messaggio al boss Massimiliano Salvo, fino a gennaio 2017 ai vertici dei Cappello.

È necessario stare attenti. Non solo in termini di sicurezza. I fatti di cronaca, alcuni dei quali molto recenti, devono far alzare le antenne. “Le stese’ di Napoli potrebbero diventare realtà anche nei quartieri catanesi, se non si affrontano in tempo emergenze sociali come il degrado e l’abbandono scolastico.

Quanto accaduto qualche giorno fa a San Giorgio è grave. Perché sparare 12 colpi di pistola significa “ragionare con le armi” per risolvere un problema. Questa volta si trattava di una questione personale e non mafiosa. Ma la prossima? Un giovane, anzi un ragazzino, aveva a disposizione una pistola. E l’ha usata. Nel 2016 un sedicenne ha tentato di ammazzare una persona in pieno giorno per una banale lite. Così come era banale il motivo che ha portato all’omicidio del papà di una ragazzina che ha avuto la sfortuna di “alzare la voce” contro un ‘picciotto’ del quartiere di Librino. Killer ad appena 18 anni. Una tragica notte di dicembre una fidanzatina contesa ha portato alla morte di un giovanissimo in piazza Palestro. A sparare è stato un 21enne. E non dimentichiamo il gruppo di fuoco fermato appena in tempo dalle Volanti della polizia nel rione San Berillo Nuovo. Tutto per la guerra delle piazze di spaccio. In tutti questi episodi macchiati di sangue ci sono storie provenienti dai cosiddetti quartieri difficili: padri in carcere e adolescenti (senza alternative) cresciuti a pane e crimine.

Le sfilate dei giovani soldati della malavita in sella allo scooter continuano. La pistola ce l’hanno alla cintola oppure nel vano sotto il sedile. Pochi mesi fa un motociclista aveva l’arma con il colpo in canna. Poi alla vista dei militari l'ha buttata. I segnali ci sono tutti. La mafia dei baby boss non va sottovalutata. E come sono cambiate le regole, in fondo, ce lo hanno raccontato loro stessi. Un'intercettazione è lo specchio di questo equilibrio labile nelle consorterie mafiose: "A comandare sono le armi e non l’età delle persone”. Il messaggio è drammaticamente chiaro.


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