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Mafia e Massoneria

La trasferta di Messina Denaro
"C'era un processo da sistemare..."

Vito Lipari, maurizio Avola, Matteo Messina denaro,

I verbali del pentito Avola, sullo sfondo l'omicidio del sindaco di Castelvetrano.

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CATANIA - ll 5 aprile scorso, durante il processo a carico di Matteo Messina Denaro, accusato di essere uno dei mandati delle stragi di via Capaci e via D’Amelio, il collaboratore Maurizio Avola (il killer dagli occhi di ghiaccio) ha dichiarato che il boss nato a Castelvetrano “veniva a Catania –  si può ascoltare nell’audio pubblicato su Radio Radicale – perché si doveva aggiustare il processo Vito Lipari, dove erano imputati Nitto Santapaola, Francesco Mangion e Rosario Romeo. L’ho portato dove Mangion era latitante. Era la primavera del 1992, una volta presso la latteria Sole alla zona industriale, una volta da Santapaola a Mascalucia. Mangion mi ha raccontato che avevano fatto il favore alla famiglia di Castelvetrano e ora si dovevano aggiustare i processi, che loro avevano delle amicizie e si dovevano sfruttare. I canali? Come mi diceva Marcello D’Agata, avevano una forte influenza sulla massoneria del luogo, conoscevano un po’ tutti, persone importanti, magistrati. So che avevano contatti con la massoneria”.

Quello di Vito Lipari, sindaco Dc di Casteveltrano ucciso il 13 agosto del 1980, è uno nome che tornando diverse più volte alla ribalta delle recenti cronache giudiziarie. Prima dell’ex killer di Nitto Santapaola, era stato stato il pentito Francesco Di Carlo a rievocarlo e lo ha fatto durante il processo a carico dell’editore Mario Ciancio. Il problema è che la giustizia non è ancora venuta a capo di una verità su quella morte. In un primo momento, tutto lasciava pensare che dietro quell’omicidio ci fossero i catanesi.  Questo perché a poche ore dall’agguato, i carabinieri fermano in località Samperi due auto, una Fiat 127 e una Renault 30, con dentro il capo della Cosa nostra catanese Nitto Santapaola, i mazaresi Mariano Agate e Antonino Riserbato, e gli etnei Rosario Romeo e Francesco Mangion. Escluso Riserbato, che fu condannato a 29 anni di reclusione, gli altri quattro nel 1988 ebbero l’ergastolo. Il 17 febbraio del 1993 la corte d’assise di Palermo ribalta la decisione dei giudici trapanesi e assolve tutti “per non aver commesso il fatto”. Le dichiarazioni rese dal collaboratore Vincenzo Sinacori, che si auto accusa dell’omicidio, riscrivono la storia ma non chiariscono fino in fondo la vicenda, derubricata intanto tra i rivoli di uno scontro tra poteri nel territorio trapanese.

Ma la famiglia del sindaco ucciso non ci sta. A quasi quarant’anni di distanza da quella tragica mattinata, il figlio Francesco Lipari (allora ragazzino) alza la voce e racconta al mensile S chi fosse davvero suo padre. Un racconto drammatico, che ci dice come la mafia possa rendere doppiamente orfani i congiunti delle vittime.


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