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MAFIA - LE RIVELAZIONI

Il pentito e la “lista” di Ercolano
“Adesso faccio tutti i nomi”

mafia, verbali, rivelazioni

I verbali del killer pentito Francesco Squillaci. (Nella foto di Nemo)

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CATANIA – Il boss Aldo Ercolano consegnò una lista con tutto l'organigramma della mafia durante un colloquio in carcere. Il documento con l'assetto del clan Ercolano – Santapaola a cavallo degli anni '90 finì nelle mani del delfino di Nitto, Francesco Squillaci, oggi pentito, che ha fatto nomi e cognomi durante una delle ultime udienze del processo a carico di Mario Ciancio. A condurre l'accusa sono i Pm Antonino Fanara e Agata Santonocito; al centro dei verbali, ci sono oltre 30 anni di storia della mafia di Catania. Iniziamo da quando Squillaci era un giovane picciotto del clan.

IL DELFINO - “Io ero molto giovane ed ero, si può dire il delfino do zu Nitto e di Aldo Ercolano, perché mi volevano... mi curavano, mi stavano curando, e io ero il più giovane dell’organizzazione criminale mafiosa all’epoca”. Squillaci ripercorre i “contatti diretti” che manteneva con la cupola anche durante la latitanza del padre, finito al centro di un'operazione sui rapporti tra mafia e politica. “Da quel momento in poi, all’età di venti anni, io presi il potere del gruppo di Piano Tavola e andavo a fare riunioni assieme ai consiglieri e il capo decina, Carletto Campanella, e poi andavo anche da Benedetto Santapaola, dal Malpassotu e da Giuseppe Mangion e da Giuseppe Ercolano”.

UOMO D'ONORE – Quando venne ucciso l'ispettore Giovanni Lizzio, Nitto Santapaola fernò le affiliazioni perché, racconta il collaboratore, “c'era un momento di emergenza nella Sicilia, visto e considerato che all’epoca scesero anche i vespri siciliani, e quindi non ci fu l’affiliazione. Fui io affiliato dopo la mia scarcerazione, nel ’93, all’inizio del ’94, dopo la Pasqua del ’94, dopo l’arresto di Aldo Ercolano, che fu arrestato verso aprile del ’94, e io fui affiliato a Cosa Nostra assieme ad altri componenti della stessa famiglia, e fuori Catania anche, di personaggi che orbitavano fuori Catania, ma facevano parte della famiglia Santapaola”.

IL PADRINO – L'affiliazione di Squillaci avvenne nella villa del boss Eugenio Galea, che fece da “padrino”, alla presenza del boss Francesco La Rocca, detto 'u zu Cicciu. Fu proprio La Rocca a formulare le frasi del rito di affiliazione, erano presenti anche Vincenzo Aiello, Salvatore Cristaldi e Natale D'Emanuele.

LA LISTA – L'elenco di chi doveva diventare uomo d'onore fu predisposto direttamente in carcere dal boss Aldo Ercolano, che lo consegnò “a suo cognato Concetto”, ricorda Squillaci. “In testa c’ero io – racconta il collaboratore ai magistrati - poi c’era, del gruppo mafioso di Lentini, c’era Ciro... c’era Delfo, Ciro Fisicaro e Ruggero Filadelfio, di Lentini. Ho dimenticato poco fa un altro personaggio, c’era Gino Lanteri, che era già uomo d’onore di Lentini. Poi c’era Nunzio Zuccaro di Catania, Venerando Cristaldi fu affiliato assieme a noi, il fratello di Salvatore, Vito Licciardello, che poi fu successivamente eliminato, dopo un anno credo circa, Antonio Motta e qualcun altro, che se mi dà il tempo, posso anche riflettere più avanti, possibilmente”.

SANGUE E MAFIA – Squillaci divenne il boss dei paesi etnei, prese il posto del Malpassotu. Durante la riunione nella villa di Galea “si formò la nuova famiglia di Cosa Nostra catenese, perché c’erano stati degli arresti eccellenti, e di lì passarono come capo decina altre persone, consiglieri altre persone, e io – continua il collaboratore di giustizia Squillaci - presi il posto del Malpassotu”. Per chi non si allineava con le regole c'erano le pallottole. “I Malpassoti all’epoca, quelli che erano fuori – conclude Squillaci - se non si mettevano a disposizione ai miei ordini dovevano essere uccisi, per come poi è successo per qualcuno”. CONTINUA

 


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