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Temp(l)i vicini

Il volto multiculturale di Catania
Immortalato negli scatti di Ruiz

ruiz fotografia catania

L'obiettivo del fotografo spagnolo racconta i mille volti di una città, sede di numerose comunità straniere. Raccontando una storia spesso sconosciuta.

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CATANIA - "Mostro quello che esiste a Catania ma i catanesi non conoscono". È una città multietnica e multireligiosa, quella immortalata negli scatti di Constantino Ruiz, il fotografo che, con i suoi "Temp(l)i vicini" racconta una diversa storia sull'immigrazione. A cominciare dalle comunità, definite ancora di migranti nonostante siano stanziali da anni, decenni. Parte da questa volontà, Constantino Ruiz, lo spagnolo autore della mostra organizzata dall'Arci e in programma alla Cappella Bonajuto di Catania fino al prossimo 28 aprile: quella di raccontare, attraverso la discrezione che solo l'obiettivo di una macchina fotografica pò garantire, una città diversa. E un'immigrazione diversa.

"Ho visto una Catania che per tanti catanesi non esiste - spiega. E ho colto l'occasione per parlarne. Questa mostra è per loro". Loro sono gli immigrati, provenienti da diverse parti del mondo e di diverse religioni: nduisti, musulmani, ortodossi, copti, buddisti, accomunati dalla meta, la città etnea appunto, all'interno della quale ogni comunità è riuscita a ricreare un ambiente familiare, raccogliendosi intorno ai luoghi di culto, nei templi vicini appunto, ma tanto distanti dall'immaginario dei catanesi.

"È per dire che esistono - prosegue Ruiz, che racconta come, dopo un primo, timido, approccio, il suo lavoro sia stato apprezzato e lui stesso ringraziato per aver deciso di raccontare una storia diversa. "Si tratta di persone che stanno qui da tanti anni e che ancora oggi sono immigrati - spiega. . Questa parola suona in modo strano se si pensa che queste persone stanno qui da tantissimo tempo, sono parte della città. Davvero esistono tutte queste religioni qui, a Catania? Questo mi ha spinto a raccontare. Quando si parla dell'immigrazione si parla solo del poverino che arriva con la barca, ma gli immigrati sono anche loro, che vivono qui, che comprano il pane nello stesso posto dove lo comprano i catanesi. Questo è quello di cui io parlo".

Una descrizione affidata all'obiettivo, occhio discreto e profondo capace di cogliere il dettaglio e renderlo universale. "La fotografia parla da sola - aggiunge. Io mostro quello che vedo, che ho visto".  Un'immigrazione statica, dunque, immortalata nei luoghi di culto. "Il punto di collegamento con la propria terra - sottolinea Ruiz. I luoghi di culto si presentano come degli spazi geograficamente vicini dove è possibile continuare a dare esistenza ad un passato geograficamente lontano". È l'unica cosa che hanno: la religione e l comunità. Il resto è tutto nuovo. E mi ha colpito la fede, in tutte le religioni e le comunità. Mi è piaciuto sapere che queste persone che vengono qui in situazioni anche difficili, mantengono intatta questa fede".

 


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