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La testimonianza

La figlia dell'infiltrato Luigi Ilardo:
"Papà usato come bestia da macello"

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Il racconto di un dolore profondo 23 anni.

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CATANIA - Gli occhi sono lucidi. Azzurri e lucidi. Ogni volta che ripensa a quella sera maledetta di quasi 23 anni fa, Luana Ilardo precipita nel dolore. Qualche giorno fa è arrivata la sentenza d’appello che ha cesellato la parola ergastolo accanto ai nomi dei presunti killer e mandanti dell’omicidio del padre. Gino Ilardo, l’infiltrato Oriente, era ad un passo dal diventare un collaboratore di giustizia. Pochi giorni prima della sua uccisione in via Quintino Sella a Catania, era stato accompagnato dal colonnello del Ros Michele Riccio, che lo gestiva come confidente, a Roma per incontrare i magistrati Giovanni Tinebra, Giancarlo Caselli, Teresa Principato e il colonnello Mario Mori. Una riunione inaspettatamente interrotta durante la quale però Ilardo aveva manifestato apertamente la sua scelta. Di quell’appuntamento romano c’era un appunto, ma sarebbe sparito durante un trasloco. Per un anno e mezzo Ilardo aveva fornito informazioni e svelato segreti che avevano permesso la cattura di latitanti e mafiosi in diverse province siciliane. Il 30 ottobre 1995 ha portato il Ros ad un passo dal covo del padrino Bernardo Provenzano. Il blitz però non scattò. Misteri su misteri dietro la morte di Ilardo. La figlia Luana adesso vuole la verità. Anzi vuole i nomi. “Voglio sapere chi ha tradito mio padre all'interno dello Stato”.

Cosa le manca di più di suo padre?

Tutto.

Era un papà presente?

Paradossalmente sì. Per quello che poteva esserci ovviamente con la detenzione nel mezzo.

Sapeva perché fosse in carcere?

No. Ho iniziato a vederla quasi come una cosa normale. Sono cresciuta in quel modo, quindi non sapevo la differenza. Non avevo altri parametri di confronto.

Come è cambiata la sua vita dopo l’omicidio di suo padre?

Lasciando stare il ricordo e la mancanza della figura. Poi quando si presenta un problema e sai che non c’è, ti sposi e sai che non c’è, diventi mamma e sai che non c’è. E quindi è una cosa che comunque ti trascini dietro tutta la vita.

Sono trascorsi quasi 23 anni da quel 10 maggio. Lunghi anni a cercare e a scavare?

Naturalmente non mi sono mai data pace. Ho cercato di prendere tanti pezzi del puzzle e di metterli insieme e comunque avere delle risposte. Il quadro è abbastanza complesso e confusionario.

Quando ha scoperto che suo padre aveva dato un importante contributo all’arresto di molti mafiosi con la sua attività di confidente? E soprattutto sapeva che aveva maturato la scelta di diventare collaboratore di giustizia?

In realtà io non ho mai saputo dell’intenzione di papà di collaborare. Io l’ho appreso due anni dopo dai giornali. Io fino a quel momento ho creduto che papà fosse stato ucciso per questioni di interessi territoriali e di dominio.

E quando ha scoperto la verità cosa è scattato in lei?

All’inizio mi rifiutavo di crederci, ho dovuto vedere le carte. Mi sembrava tutta una montatura, mi sembrava qualcosa per giustificare il reato in sé. Poi appena mi hanno messo le carte davanti, ho cercato altri tipi di spiegazioni. Ho cercato di capire il perché. Anche se poi non mi è stato neanche tanto difficile comprenderlo. Avevo sempre percepito la stanchezza di papà. Una frase che non dimenticherò mai di papà e che mi ripeteva sempre: “Sono stanco, sono stanco”. Poi sapevo che anche la nascita dei gemelli era un evento importante della sua vita. E secondo me anche le sue decisioni sicuramente sono state dettate anche da questo.

Da poco c’è stata una sentenza d’appello che ha condannato i presunti killer e mandanti. Ma secondo lei c’è anche una parte della storia legata alla morte di suo padre che non è mai stata raccontata?

Io mi chiedo: da dove è partita la fuga di notizie? Il punto cardine è quello: chi dello Stato lo ha tradito, chi lo ha mal gestito, chi è che ha fatto in modo che papà non arrivasse a finire il suo cammino. Quindi la cosa più semplice e scontata come quella di entrare nel programma di protezione.

Il processo è riuscito a raccontare la storia completa?

Forse sì, ma all’atto pratico no. Quello che interessa a me ad esempio non esce fuori.

Cosa le interessa?

Sapere chi lo ha tradito all’interno dello Stato. Lo sa cosa mi fa più rabbia?

Cosa?

In 22 anni io non ho mai ricevuto uno sterile telegramma di condoglianze. Luigi Ilardo è come se per loro non fosse mai esistito, o comunque è questo quello che si vuole fare passare. L’unico infiltrato della storia della mafia italiana è Luigi Ilardo, ma questo non gli è mai stato riconosciuto. Questa è la cosa che mi fa più rabbia da figlia, da donna, da cittadina che vuole, nonostante tutto, credere ancora nelle Istituzioni.

Ci riesce?

Io credo e stimo quelle persone che per 1200 euro puntualmente ogni giorno rischiano la vita per noi: dai pompieri, ai poliziotti, agli uomini delle forze armate. Quella è la parte dello Stato in cui credo, quella è la parte di Stato in cui mi ritrovo e mi rivedo. Quella è la parte di Stato con cui io mi confronto. Sono loro la vera rappresentazione dello Stato.

In questi anni ha cercato di mettere insieme i pezzi del puzzle. Quale è stato il mosaico che è venuto fuori?

Mio padre è stato utilizzato come una bestia da macello, né più né meno. Quando hanno capito che il gioco stava diventando grosso, hanno capito che le teste che sarebbero saltate sarebbero state tante, e che sarebbero entrate situazioni enormi come la trattativa Stato-Mafia, papà non interessava più. E quindi è stato ucciso e lo hanno permesso loro.

Che idea si è fatta del 30 ottobre 1995? Della mancata cattura di Bernardo Provenzano?

Credo che sia stata una delle più grandi vergogne italiane. Perché l’operazione è saltata? A chi faceva comodo non catturare Provenzano?

Ci sono tante domande che aspettano una risposta.

Lo sa cosa mi martella in testa?

Cosa?

Quel giorno avrebbe fatto la differenza nella vita di mio padre. E nella mia. Io avrei ancora un padre se avessero gestito le cose in modo diverso. Non so in quale parte del mondo sarei, ma avrei un padre.

Quindi secondo lei parte tutto dalla mancata cattura di Provenzano a Mezzo Juso?

Certo. Parte tutto da una cattiva gestione. Una cosa è certa, possono passare anche altri cinquant’anni, ma a me una spiegazione me la dovranno dare. Anche perché la pretendo. Mio padre è stato seppellito fisicamente, ma hanno tentato di seppellire anche la sua memoria.

Perché dice questo?

Perché non è normale che ho dovuto aspettare 22 anni per avere dei nomi. Non è normale che per 22 anni io continuo a vivere qui a Catania dove per tanti sono la figlia di un mafioso e per altri rimango la figlia di un pentito. Siamo stati dimenticati.

Come si sente quando le mettono queste etichette?

Purtroppo paradossalmente devo anche abbassare la testa. Perché papà non ha mai avuto una giusta collocazione e questo permette alla persone di fare fatica anche ad identificarmi.

 

Lei prima della morte di suo padre ha mai conosciuto il colonnello Riccio?

No.

Non ne aveva mai sentito parlare?

Mai. Sentivo parlare di un certo Bruno che ogni tanto chiamava a casa.

Dopo la morte invece? Lo ha incontrato? Ha ricevuto una telefonata?

Mai, l’ho aspettata per anni questa telefonata.

Quando lo ha visto per la prima volta dopo la morte di suo padre?

La prima volta l’ho visto in Tribunale in sede di udienza.

Ha avuto modo di avere un faccia a faccia?

Diciamo che da lontano gli ho espresso il mio rancore umano nei suoi confronti. Per me rimarrà sempre la persona che poteva fare la differenza tra la morte e la vita di mio padre. E inoltre in questi anni avrebbe avuto anche la possibilità di redimersi non come uomo dell’Arma ma come essere umano nei miei confronti e nei confronti dei miei fratelli.

Come mai ha atteso così tanto per iniziare la sua battaglia di verità?

La sentenza è arrivata solo lo scorso anno. Non potevo fare una guerra senza avere gli strumenti.

A sua figlia parla del nonno Gino?

Sì, certo. Mio padre è la persona che ho amato di più al mondo, insieme a mia figlia e ai miei fratelli. Loro sono l’eredità più grande che mi ha lasciato papà.

Le capita di passare qualche volta in via Quintino Sella?

Sempre.

Forse non si dovrebbe più chiamare in quel modo?

Magari.


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