Live Sicilia

L’analisi dopo le inchieste

Mafia e discoteche
La “zona grigia” della movida

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Sullo sfondo la musica neomelodica.

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CATANIA - Una poltiglia dal colore grigiastro dove legalità e illegalità si mescolano fino a confondersi. E per determinarne il confine servirebbe il microscopio. La famosa movida di Catania, tanto osannata negli anni ’90, oggi si presenta inquinata dalla mano virulenta della criminalità organizzata. E l’aspetto più deprimente è che chi gestisce i locali notturni catanesi sembra essersi arreso. Accettando, senza ribellarsi più di tanto a dirla tutta, l’ingerenza dei clan. Sono vittime, certo. Ma se non fosse arrivata la mano delle forze dell’ordine avrebbero denunciato?

Il pesante faldone dell’inchiesta Zeta restituisce una fotografia amara. Tra le mura di una discoteca, come l’Ecs Dogana club, si sono svolti incontri tra boss. Mentre i dj intrattenevano e facevano ballare centinaia di catanesi, due criminali (di cui uno armato) discutevano di come spartirsi la gestione della security del locale. Decidevano i nomi di chi doveva essere assunto. Chi doveva essere il frontman che avrebbe scelto chi fare entrare e chi no in discoteca. E a fine mese i titolari della Vecchia Dogana avrebbero versato l’estorsione. Migliaia di euro che andavano a rimpinguare le casse del clan. Dalla famiglia Santapaola- Ercolano al clan Cappello-Bonaccorsi, che già riceveva la tangente dallo Stone, come dimostra l’inchiesta che circa un anno fa ha portato ad arrestare con i soldi in tasca l’esattore della cosca guidata da Massimo Salvo, ‘u carruzzeri. Il processo che vede Rosario Coniglione parte offesa, titolare dello Stone e socio dell’Ecs Dogana Club, è già iniziato. Ogni udienza è una fotografia di quella Catania che preferiamo non guardare. Quella Catania piena di ombre e di grigi. Quella città descritta dal procuratore aggiunto Sebastiano Ardita nel suo libro “Catania bene”. “Una città abitata da gente operosa e intraprendente, ma costretta a subire e indotta a ignorare”. Vittime ma anche complici.

Ma torniamo alle inchieste e ai processi. Il boss Salvo, dunque, avrebbe avuto le mani nelle due più rinomate discoteche di Catania. Un controllo attraverso il pizzo. Ma che molte volte, lo sanciscono decine di sentenze, rappresenta solo la strada per diventare poi soci occulti. Come sarebbe accaduto per il ristorante di cui era proprietaria al 50% Michela Gravagna, la moglie di Alessandro Scardilli, l'altro titolare dell'Ecs Dogana. Per la Procura si tratterebbe solo di un’intestazione fittizia. Perché in realtà dietro l’affare ci sarebbe stato Rosario Zuccaro, il primogenito del capomafia e killer ergastolano Maurizio. Uno dei protagonisti della storia della mafia degli anni 90.

Sullo sfondo di questa paranza di lecito e illecito ci sono le canzoni neomelodiche. Andrea Zeta è il nome d’arte di Filippo Zuccaro, secondogenito di Maurizio, cognato di Enzo Santapaola (il figlio del boss defunto Salvatore), finito in manette nei giorni scorsi. Il figlio del boss è una delle figure più note nel mondo del neomelodico. La sua pagina social conta migliaia di fan. Popolarità che ha portato il tutto esaurito al Teatro Metropolitan di Catania per il concerto del primo marzo scorso. Il mondo neomelodico catanese, in tratti diversi da quello napoletano a cui si ispira, alcune volte diventa la colonna sonora della mafia. Un tributo ai boss finiti dietro le sbarre. Ai trafficanti di droga trasformati in principi del quartiere. E ci sono voci ricorrenti, ma senza riscontri, che alcuni testi siano addirittura scritti da mafiosi detenuti. Magari per veicolare messaggi. O semplicemente per tenere forte il loro nome nel quartiere in attesa di uscire di galera. E Catania cosa aspetta? Servirà un’altra inchiesta della magistratura per tirare fuori la testa dalla sabbia e fare finta di non sapere. D’altronde è comodo stare nella “zona grigia”. Qualcuno direbbe: “I catanesi sono malati di malavita”.


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