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Il processo

Ciancio, il pentito e l'esplosione
In aula il tecnico delle stragi

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Il racconto del killer Squillaci sul falso attentato. Ma l'esperto della Scientifica rivela: "Nessuna traccia di esplosivo".

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CATANIA - Il falso attentato alla villa di Mario Ciancio accaduto il 17 agosto 1990 sarebbe stato deciso nel corso di un vertice a cui avrebbe partecipato l'allora giovane soldato di Cosa nostra, Francesco Squillaci. “Francesco Mangion disse a mio padre che c’era da preparare un lavoro per il direttore de La Sicilia”, racconta il killer dell’ispettore Gianni Lizzio sollecitato dalle domande della pm Agata Santonocito. Squillaci, dallo scorso anno entrato nel programma di collaborazione dopo oltre 20 anni di detenzione, è stato il protagonista dell’ultima udienza del processo a carico dell’editore catanese accusato di concorso esterno. “Si doveva preparare un’esplosione che però non doveva fare danni”, precisa. E tutto sarebbe servito a “creare una verginità al dottor Ciancio che sentiva il fiato sul collo delle forze dell’ordine. Dovevamo farlo passare da vittima e non da carnefice”, spiega ancora l’ex boss di Piano Tavola. Rispetto alle dichiarazioni rese nel 2014 Squillaci precisa il suo ruolo: “Mi sono occupato personalmente di fare il sopralluogo nella villetta che è circondata da un muro alto circa due metri. Qualche giorno dopo mio padre preparò la dinamite e andammo a Canalicchio”. Il gruppo fidato sarebbe arrivato sul posto a bordo di tre macchine, che sarebbero state lasciate in via Leucatia. “Poi io e Carmelo Nicolosi siamo andati a piedi fino alla villa. Ho acceso la miccia con la sigaretta ed ho atteso l’esplosione, che è avvenuta dopo circa 30 secondi. Prima di andare via - racconta - abbiamo aspettato l’arrivo delle sirene”. Sarebbe stata una sorta di prassi mafiosa quella di scappare solo dopo aver sentito le sirene. Da una precisa relazione della polizia giudiziaria depositata dal difensore di Ciancio, l’avvocato Carmelo Peluso, in via Pietro dell’Ova quel pomeriggio di 29 anni fa i pompieri non sono mai arrivati. Così come di quell’esplosione non è mai stato pubblicato un rigo sulle colonne del quotidiano di viale Odorico da Pordenone. Il padre di Squillaci, meglio conosciuto come Martiddina nell'ambiente malavitoso, avrebbe riferito direttamente a Nitto Santapaola che il lavoro nella villa di Ciancio sarebbe stato fatto.  "Il discorso del dottore tutto a posto, zio”, avrebbe detto. Quando si parlava con il padrino “i discorsi dovevano essere sintetici”, spiega Francesco Squillaci.

Quell’esplosione non avrebbe dovuto provocare molti danni. E così è stato. Domenico Percolla, all’epoca dirigente della Digos, si recò sul posto e si rese conto che “l’esplosione non fu particolarmente potente”. Qualche bruciatura alle piante del giardino di Ciancio e nulla di più. Ma quello che crea particolari interrogativi, e anche una sorta di mistero su questo episodio, rimasto - a livello investigativo - senza “movente e responsabili”, è il test effettuato nei laboratori di Roma sul terriccio prelevato dalla Scientifica nella zona dell’esplosione, o meglio in quello che è definito a livello tecnico ‘cratere’.

È il super tecnico ed esperto di esplosivi della polizia scientifica Paolo Egidi, che si è occupato delle indagini di diverse stragi e attentati, come quella di Capaci,  che spiega come dai test effettuati sui “230 grammi di terriccio analizzato non c’era traccia di esplodente”. E come è possibile? “Forse un errore nel campionamento”, dice Egidi rispondendo al quesito del pm Antonino Fanara. Il cratere poi che si sarebbe creato dall’esplosione sarebbe stato - da quanto risulta dalla relazione - largo 20 centimetri e profondo 14 centimetri. “Un cane avrebbe fatto una buca più grande”, è stato il commento del presidente del Tribunale, Roberto Passalacqua, quasi a dar voce al pensiero di molti presenti in aula ieri pomeriggio.

Archiviato il tema falso attentato, la seconda parte dell’udienza è stata dedicata al progetto del centro commerciale 'Mito' che sarebbe dovuto sorgere nei terreni di Mario Ciancio in contrada Cardinale a Misterbianco. Il messinese Nicolò Ripa racconta dell’operazione immobiliare partita alla fine degli anni ’90 in cui sarebbe stato coinvolto l’imprenditore Antonello Giostra. “Siamo andati negli uffici di Ciancio alla Circonvallazione a parlare dell’acquisto dei terreni. Siamo arrivati anche a firmare un compromesso”. Tutto però è rimasto sulla carta perché il comune di Misterbianco fornisce le autorizzazioni al progetto concorrente, quello dei terreni in Contrada Tenutella (attuale Centro Sicilia) che si trovano proprio di fronte a quelli dell'editore catanese. Precisamente dall’altra parte della Tangenziale di Catania. “Non ci siamo preoccupati della criminalità organizzata”, dice Ripa a precisa domanda del pm Fanara. Erano più importanti i contatti con i politici. E quelli ce ne sarebbero stati diversi: con Pino Firrarello, l’ex assessore Domenico Rotella e anche con un collaboratore di Raffaele Lombardo. L’imprenditore messinese ci tiene anche a dire che “gli appuntamenti con i politici li fissavo io. Ciancio non c’entrava”. Tutta farina del suo sacco, insomma. Conoscenze create dalle sue “frequentazioni negli ambienti di Forza Italia”. Agli incontri, invece, con il sindaco di Misterbianco Nino Di Guardo avrebbe sempre partecipato l’agente immobiliare Giuseppe Fiume, altro teste esaminato in udienza. “Hanno fatto scadere il preliminare quelli del Comune. E così il progetto è fallito”.


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