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LETTERA IN REDAZIONE

"Grazie allo staff
del Santo Bambino"

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La gravidanza, l'attesa e il parto. In questa lettera le emozioni e la gratitudine di una neo mamma.

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Esiste uno stato di grazia che solo alle donne è dato conoscere. È l’attesa. Quella scandita dal battito di una vita che giorno dopo giorno, mese dopo mese, diventa sempre più concreta mentre cresce dentro di te e ti fa sobbalzare tra sussulti di singhiozzo e tentativi di farsi largo in uno spazio che diventa via via più stretto, spingendo ora a destra ora a sinistra. È l’attesa più dolce e paziente che possa esistere. Un tempo che sa di infinito ma che mira a una meta che ha il sapore del miracolo. Un miracolo che si rigenera dalla notte dei tempi ma che nella sua ineffabile meraviglia non cessa di essere tale. E non ci sono “se” e non ci sono “ma” in questo spazio tempo in cui tutto converge verso un attimo in cui la felicità più sublime e più pura esplode e ti marchia.

Una nuova vita appone allora il suo sigillo. Per sempre. E sceglie il cuore. E mentre uno strepitante vagito torna a farti respirare, i tuoi occhi si riempiono di nuove lacrime che come rigagnoli scendono lungo le tue gote, ora non più stanche, per bagnare, quasi sacro crisma materno, quel volto ancora vischioso che spande però un profumo primigenio e inebriante. Un esserino tanto perfetto e simile a te che, pelle su pelle, cuore su cuore, cessa il suo pianto per ritrovare, in un mondo nuovo e sconosciuto, lo stesso odore, lo stesso battito, lo stesso calore, la stessa voce. Ritorna a casa. Una casa che è ancora mamma.

Quell’attimo che sembrava lontano è diventato finalmente realtà. Ma è il cammino paziente che conduce a una simile felicità a farti assaporare ancora di più quel momento e a farti ringraziare Colui che tutto può e che, lungo il tragitto, ti ha ascoltato e vi ha tenuto per mano. Perché il sentiero a volte può essere pianeggiante e rettilineo ma altre volte si presenta impervio. Ed è allora che col cuore gonfio e gli occhi al cielo entri dalla porta di un ospedale da cui sai che uscirai solo con il tuo miracolo tra le braccia, pregando giorno dopo giorno di riuscire a saltare quelle voragini che sai ti attendono. È allora che quelle mura catanesi diventano per un mese la tua nuova casa. Una casa chiamata Ospedale Santo Bambino in cui angoscia e sconforto iniziali lasciano il posto a una forza sconosciuta rinvigorita non solo dalla presenza di chi ti ama ma anche dalla umanità e professionalità di tutti coloro che ogni giorno, tra quei reparti e lungo quei corridoi, spendono la propria vita a servizio degli altri. 

Sono loro a diventare quasi parte della tua famiglia. Persone incontrate lungo il tuo cammino il cui ricordo serberai a vita con affetto e profonda gratitudine. E del resto come scordare la presenza assidua, notte e giorno, di quegli infermieri a cui spesso, dal tuo letto, sentivi rivolgere da degenti e parenti poco accorti anche più di qualche parola poco gentile. Frasi che certo non lasciavano impassibili ma che tuttavia non riuscivano a cancellare il sorriso dai loro volti e la pazienza nei loro modi, pronti a tirarti su una volta entrati in stanza “armati” di aghi e siringhe che nelle loro mani sembravano quasi più dolci.

Agata, Ambra, Corinne, Cristiana, Enrico, Giusy, Ina, Ivana, Maria, Maria Grazia, Maurizio, Nuccia, Rosy, Salvo, Sebastiano. Sorta di angeli custodi il cui lavoro li porta, più di altri, ad avere un contatto assiduo e diretto con pazienti che in quel reparto di Ostetricia e Ginecologia portano una speranza nel cuore e una preghiera sulle labbra. E con loro colei che invece questo cammino lo ha condiviso sin dall’inizio, la ginecologa Maria Grazia Arena le cui parole “è andato tutto bene”, pronunciate con un mese di anticipo rispetto alla naturale data prevista per il compimento del miracolo, sono suonate come le più belle mai sentite. Una famiglia fatta anche dai medici di reparto così accorti nelle loro visite, dalle ostetriche di “pan di zenzero”, tanto materne e dolci nei modi, che con i loro macchinari ogni giorno facevano vibrare le stanze al suono del battito di cuori ancora in cammino, dagli ausiliari e dal personale OSA e OSS sempre pronti a prestare il proprio servizio e finanche da coloro che, colazione pranzo e cena, arrivavano con i vassoi in mano ormai simpaticamente rassegnati al pensiero di non potersene andare via dalla stanza 7 prima di avere aperto i tappi di quelle bottiglie di acqua sempre troppo duri e dalle signore impegnate a tenere gli ambienti puliti. Un reparto, insomma, di cui non è possibile non andare fieri, diretto da un primario dalle altrettante indubbie qualità umane e professionali, il dottore Antonino Rapisarda.

Ma come in ogni storia a un prima subentra un dopo e allora nello scrigno dei ricordi più cari vanno anche messi tutti i volti di quei pediatri e di quegli infermieri del reparto di Neonatologia che ogni giorno si prendono cura di tutti i gioielli che hanno avuto troppa fretta di venire al mondo. Una famiglia davvero grande, ma per ognuno vola un pensiero e un grazie. Gli stessi che non puoi non rivolgere a quelle persone speciali con cui hai condiviso le lunghe ore in stanza, tra quattro chiacchiere, consigli scambiati, confronti e qualche risata. Maria Cristina e Alba, di cui hai avuto anche l’onore di conoscere le meravigliose creature e con cui resta un impegno e una promessa, quella di non perdersi.

Mentre io scrivo tu sei qui accanto a me e mi guardi con i tuoi occhioni grandi. Lo so, Giulia. Se potessi, ringrazieresti tu in prima persona. Ma il tuo ringraziamento, del resto, tu nata un po’ figlia di tutti in quel reparto che ti ha atteso per un mese, è quello di stare bene. E allora agli altri ringraziamenti, quelli verbali, ci pensa la mamma. Tranquilla.

Dunque GRAZIE a voi tutti.

Barbara e Giulia


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