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IL PROCESSO

L'omicidio di Dario, la testimone:
“Vi dico cosa ho visto”

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Parla in aula la donna presente negli ultimi istanti di vita del 27enne Dario Chiappone.

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CATANIA - Con l'esame di Maria Alessandra Rapisarda, unica testimone oculare, è entrato nel vivo il processo scaturito dal brutale assassinio di Dario Chiappone, ucciso a Riposto nell'ottobre del 2016 con 18 coltellate. Due gli imputati alla sbarra, il 50enne Agatino Tuccio, pluripregiudicato giarrese, assistito dagli avvocati Enzo Iofrida e Vanessa Furnari, e Salvatore Di Mauro, 53enne pluripregiudicato ripostese, latitante dal maggio del 2017, difeso dal legale Cristofero Alessi.

A rappresentare la madre ed i fratelli della vittima gli avvocati Angela Chiarenza, in sostituzione del difensore di fiducia Michele Pansera, e Rosario Fabio Grasso. Ricostruita, passo dopo passo, nel corso dell'udienza, anche l'attività investigativa dei carabinieri del Nucleo Investigativo del Comando provinciale di Catania. Un'accurata descrizione, compiuta dal maresciallo maggiore dell'Arma Orazio Colombrita, che proseguirà nella prossima udienza, fissata per stamani, quando verranno proiettati in aula anche i video degli impianti di videosorveglianza acquisiti durante le indagini.

LA TESTIMONE OCULARE. La commozione, fino a quel momento a stento trattenuta, esplode in aula durante il ricordo degli ultimi istanti di vita di Dario Chiappone. A descriverli è Maria Alessandra Rapisarda, la donna con cui la vittima era appartata in auto in via Salvemini a Riposto, poco prima dell'aggressione. Entrambi si sarebbero accorti dell'arrivo, di corsa, di due uomini incappucciati, uno dei quali claudicante. Quando i malviventi aprono la portiera lato guida della vettura, Dario tira a sé la donna e prende il suo posto per proteggerla. La vittima viene scaraventata fuori dall'auto, mentre l'uomo armato di pistola entra in macchina e punta l'arma alla testa della donna. “Scendi” e “Dove sono i soldi?”, le uniche frasi pronunciate dai malviventi. La testimone riesce a notare un solo particolare fisico dell'aggressore, gli occhi, di un colore molto chiaro. “Ho iniziato ad urlare – racconta in aula – e quell'uomo mi ha sbattuto la testa sullo sterzo dell'auto, nel tentativo di farmi perdere i sensi. All'inizio non ho capito che stavano uccidendo Dario perché chiedevano soldi. Poi ho sentito dei tonfi, non pensavo fosse un coltello...”. E' qui che l'emozione prende il sopravvento. “A distanza di tempo ci penso – prosegue la teste – ed ho la sensazione che probabilmente Dario li conosceva”. Infine la donna ricorda le preoccupazioni della vittima. “Nelle ultime settimane non usciva più da casa – racconta Maria Alessandra Rapisarda – Per quel che mi diceva, usciva solo per incontrare me. Notavo che aveva paura. Quell'ultima sera, mentre eravamo fermi davanti ad un panificio a Giarre, dove ci eravamo dati appuntamento, mi ha detto che un tizio sul motorino lo aveva guardato male. «Mi ha guardato brutto», mi ha detto e mentre lo raccontava ha fatto con la mano il segno di un taglio alla gola. Mi sono subito girata per vedere chi fosse ma non l'ho visto”.

LE INDAGINI. Le immagini acquisite dai carabinieri confermano il racconto della testimone. A spiegare in aula le fasi dell'indagine è il maresciallo Orazio Colombrita. I nastri documentano l'arrivo di una vettura da cui scendono due uomini che si dirigono in via Salvemini, verso la macchina in cui si trova la vittima. Nonostante la pessima qualità dei filmati, si notano due cose: i malviventi sono travisati ed uno dei due porta in mano qualcosa di bianco. Si tratta di tre buste, una dentro l'altra, contenenti una grossa pietra. Dopo tre minuti i due si vedono nuovamente mentre corrono dalla parte opposta e senza nulla in mano. Salgono sull'auto e fuggono via. Uno dei due fuggiaschi ha un'andatura claudicante. Da un'altra telecamera si nota, compatibilmente con l'orario della fuga, il transito di una Ford Fiesta colore scuro, con uno stop posteriore non funzionante. Elementi che incrociati condurranno agli imputati. Sono oltre 100 le persone, tra telefoni, auto e ambientali in carcere, ad essere monitorate in un anno di attività investigativa. In una prima fase le indagini si concentrano sulla personalità della vittima, di Maria Alessandra Rapisarda e di Paolo Censabella, con  cui la donna aveva da poco chiuso una lunga relazione proprio a causa di Dario Chiappone.

 

LA PERSONALITA' DELLA VITTIMA. Avrebbe contratto piccoli ma numerosi debiti legati all'uso di stupefacenti il 27enne Dario Chiappone. Nel 2005 avrebbe subito un violento pestaggio da parte di alcuni spacciatori che lo accusavano di aver sottratto loro tra i 2000 ed i 3000 euro. In quell'occasione gli aggressori gli avrebbero messo anche una busta di plastica in testa. A raccontarlo davanti ai giudici è Alessandro Musumeci, uno degli amici della vittima. “Signor giudice si ammazza per 500 o 1000 euro? - dice il teste in aula – Non credo sia stato ucciso per debiti”. Dalle indagini successive all'omicidio non emergono rapporti tra Dario Chiappone e gli ambienti malavitosi. Si evidenziano però anche numerosi approcci, tramite facebook, verso donne più mature. In un caso, una di queste avances sarebbe sfociata in una discussione veemente all'interno del ristorante in cui la vittima lavorava. Una lite che avrebbe spinto il titolare a licenziare Dario Chiappone.

I RAPPORTI CON L'EX. E' a Paolo Censabella, che Maria Alessandra Rapisarda telefona per primo subito dopo l'omicidio del 27enne. La donna, sotto shock, non ricorda il numero dei soccorsi e chiama l'ex compagno. L'uomo poco dopo la raggiunge sulla scena del crimine. Dalle prime verifiche emerge che, nonostante la nuova relazione con Chiappone, la donna continua a coabitare con Censabella, con cui condivide anche l'attività lavorativa, una vendita all'ingrosso di bibite. L'uomo lascerà la casa proprio il giorno successivo all'omicidio. Dalle chat emerge che l'ex compagno nutre ancora dei sentimenti nei confronti della donna. Nonostante la fine della storia, Censabella continuava a mandarle dei messaggi per chiederle dove si trovasse. E' dalla verifica dei tabulati telefonici di Paolo Censabella, poi iscritto nel registro degli indagati, che viene fuori per la prima volta nell'indagine la figura di Agatino Tuccio. Emergono 32 contatti complessivi nel 2016 tra i due: 2 nel gennaio e ben 30 tra il 30 agosto, periodo di inizio della relazione tra la Rapisarda e Chiappone, ed il 26 ottobre, pochi giorni prima dell'omicidio. Altro elemento strano emerge dall'analisi del telefonino di Censabella. Nella cartella delle immagini salvate e poi inviate viene rinvenuta una foto, con il volto in evidenza, di Dario Chiappone.

Gli accertamenti tecnici non sono in grado di stabilire a chi sia stata inviata ma emergono, quel giorno, quattro contatti telefonici con Agatino Tuccio. Censabella, sentito dagli inquirenti su quell'immagine, non fornisce alcuna spiegazione. Nel frattempo nuovi pesanti indizi inchiodano Agatino Tuccio. La relazione dattiloscopica dei Ris di Messina lo posiziona sulla scena del crimine. Su due delle tre buste bianche contenenti la pietra vengono rilevate impronte dell'imputato. Dal controllo dei tabulati telefonici di Tuccio saltano all'occhio contatti strani con Salvatore Di Mauro e nello specifico dei cambiamenti di comportamento. I due si sentono fino al 31 ottobre, la sera dell'omicidio, per quasi 200 volte. Dopo i contatti tra i due scemeranno sensibilmente fino a scomparire del tutto. Le indagini appureranno come la Ford Fiesta di proprietà di Di Mauro fosse quella usata dal commando. Sulla vettura vengono rinvenute, infatti, tracce ematiche della vittima.


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