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INTERVISTA

Terremoto, si allarga la frattura
Etna, cosa sta accadendo

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Una frattura larga 150 centimetri tra Pennisi e Fiandaca. L'analisi del geologo Carlo Cassaniti.

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CATANIA – C'è una faglia superficiale che si sta allargando, arrivando a superare, in alcuni punti, i 150 centimetri. Poi ancora fratture, che scendono verso Aci Platani, una delle contrade maciullate dal sisma di Santo Stefano. Cosa sta accadendo alle falde dell'Etna? Ne abbiamo parlato con un esperto d'eccezione, il geologo
Carlo Cassaniti
, docente a contratto di normativa geologica nell'Università di Catania.

Partiamo dalla frattura che si sta allargando sul terreno, cosa testimonia?

Nella mappa, ecco il punto in cui è apparsa la frattura superficiale



Ci troviamo tra l’abitato di Pennisi (Acireale) e la faglia Fiandaca (linea blu). Si tratta di una frattura associata e quasi ortogonale all’allineamento principale della faglia orientato nordovest-sudest. L’apertura della grossa frattura nel terreno si è verificata la notte di Santo Stefano con il sisma ML 4.8, legato alla riattivazione della faglia di Fiandaca. Da rilievi geologici in campagna condotti nei giorni successivi, la frattura si è allargata lentamente fino a raggiungere aperture anche di 1,5 metri e ciò testimonia che vi sono ancora tensioni residue nel terreno che vanno via via esaurendosi.

Cosa sta accadendo adesso?

Siamo in una fase di evoluzione. Il vulcano dal 24 dicembre è in continua ricerca di equilibrio e tutti i segnali (vedi ultimo terremoto sulla Faglia della Pernicana) portano a pensare che nei prossimi giorni/mesi l’Etna possa nuovamente riproporre quanto successo negli ultimi quindici giorni, ovvero è ormai chiaro che le deformazioni e la risalita di magma sono fortemente collegati alla riattivazione delle strutture tettoniche presenti nel versante orientale del vulcano e all'instabilità di questo settore, i cui blocchi sono soggetti ad un lento scivolamento gravitativo verso est.

Quali sono le faglie in movimento

Carta tettonica del versante orientale dell'Etna (Monaco, 2019)



Gli eventi sismici del 26 dicembre 2018 e del 9 gennaio 2019, rispettivamente sulla Faglia di Fiandaca e sulla Faglia della Pernicana, ci indicano che in questa fase il versante orientale dell’Etna è interessato da deformazioni sia nella parte meridionale che nella porzione settentrionale (Vedi figura 1).

C'è il caso Aci Platani, cosa sta succedendo...

Aci Platani, dopo la scossa del 26 dicembre 2018, è stata interessata da fenomeni di fratturazione denominati creep asismici, ovvero movimenti lenti non collegati direttamente ad attività sismica. Tali fenomeni sono noti in quest’area sin dal 1879 come riportati dal Baratta nel 1901. Solo con il monitoraggio strumentale, nei prossimi mesi sarà possibile caratterizzare la cinematica di questi movimenti ed i rischi connessi nell’area interessata dal fenomeno.

Quali sono le faglie da tenere d'occhio?

Il monitoraggio delle faglie etnee, in particolare di quelle presenti nel fianco orientale, rappresenta un importante attività che deve essere sempre più implementata per raccogliere dati in continuo e poter caratterizzare sempre con maggior precisione la pericolosità sismica associata a queste linee tettoniche che, purtroppo attualmente, si sviluppano spesso in territori urbanizzati tagliando strutture ed infrastrutture e pertanto assegnando a tali aree un rischio sismico molto elevato.

Cosa bisogna fare alla luce dell'ultimo sisma?

L’evento sismico del 26 dicembre 2018 ha dimostrato come il sistema di protezione civile in fase post emergenza abbia ormai raggiunto livelli buoni sia per il soccorso che per l’assistenza alle popolazioni colpite da terremoti. E’ il tema della prevenzione che ancora non trova piena e corretta applicazione. Infatti, se è vero che i comuni etnei si stanno dotando di nuovi strumenti di pianificazione locale di emergenza, è altrettanto vero che tali strumenti, unitamente alla ormai elevatissima conoscenza dei fenomeni geologici e sismici che interessano il vulcano, devono necessariamente trovare applicazione negli strumenti di pianificazione urbanistica per evitare, nel prossimo futuro, che nascano nuove edificazioni lungo queste faglie che hanno dimostrato, ancora una volta, di poter danneggiare seriamente tutto ciò che su di esse si trova. Decostruire tali aree e delocalizzare gli edifici oggi inagibili in altre aree più sicure, sono azioni da prendere in seria considerazione.




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