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L'opera di Giuseppe Fava

Antimafia, il ricordo di Elena Fava
E la mission della Fondazione

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Dialogando con Maria Teresa Ciancio, fondatrice della fondazione dedicata al direttore de "I Siciliani"

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CATANIA - Raffinata, composta, coinvolgente. Era una gentildonna, Elena Fava. Andata via forse troppo in fretta. A lei il mensile "S" in edicola dedica un approfondimento del quale pubblichiamo un'anticipazione. Elena non lascia un vuoto, perché l’eredità della Fondazione dedicata al padre Giuseppe, ucciso dalla mafia su mandato di Nitto Santapaola il 5 gennaio di trentacinque anni fa, è concreta. Fatta di libri, cd, ristampe, eventi teatrali, documentazione un tempo introvabile e oggi disponibile a tutti. Il lascito più alto è però quello di avere permesso al nome di Fava di prendere il largo, di non essere più considerato soltanto un’icona destinata a pochi, ma un intellettuale meridionale che aveva compreso quanto il male mafioso fosse profondo. Elena Fava, dunque. Ripartiamo da lì, dalla sua famiglia. Gli Andreozzi, Alessandra in particolare. Nel senso che stanno dando linfa alla missione della Fondazione, assieme a Grazia Fassari Lettera, Luciano Granozzi, Adriana Laudani, Orazio Torrisi. Ma c’è soprattutto Maria Teresa Ciancio, che nel 2002, assieme a Elena, diede vita a una sigla che ha ancora tanto da proporre sia in termini culturali sia etici. Eccola: «Elena diceva sempre che suo padre non era né un santo, né un eroe. Anzi, diceva che gli eroi non esistono. E se esistono, servono a deresponsabilizzare, ad autorizzare chiunque a vivere da Don Abbondio».

Cosa esiste, invece?

«Le persone che compiono il proprio dovere, quelli che con coerenza accettano le estreme conseguenze del proprio lavoro. E quelli che non lo fanno. Ognuno fa una scelta».

La scelta di lei ed Elena converge nella Fondazione. Com’è nata la vostra intesa?

«Guardi, prima della nascita della Fondazione noi non ci conoscevamo. Non conoscevo neanche Pippo Fava. Avevo già lavorato con Claudio, ma mi ero resa conto che qualcosa non andava».

Cosa?

«Rischio di dire cose sgradevoli…»

Coraggio.

«Il gruppo che aveva gestito il nome di Fava all’indomani della morte lo aveva ammazzato una seconda volta».

Non riesco a seguirla, cosa vuole dire?

«So che il discorso è complicato e in passato è costato anche molta fatica, molti scontri. La memoria di Giuseppe Fava era finita all’angolo perché loro ne hanno fatto una bandiera di lotta. L’idea era che per avvicinarsi a Fava ci si dovesse schierare su certe posizioni: o con loro o contro di loro».

Una posizione troppo politicizzata?

«Un problema ideologico, direi. Per loro Fava era la bandiera della rivoluzione. Ma a lui non interessava affatto la cosa. Si definiva un socialista utopista, un socialista senza tessera. L’ideologia non era davvero nelle sue coordinate. Era un bel borghese, tranquillo. Uno a cui piaceva la vita. Le donne».

Un tolstoiano?

«Nel senso che aveva una predilezione per i miseri, gli emarginati, sì. Aveva una tensione verso la Sicilia che aveva fame e soffriva. Per la Sicilia migrante. Certe pagine, in tal senso, andrebbero oggi riproposte».

Dopo l’omicidio era possibile leggere l’opera Fava?

«Quando ho deciso di leggerlo, era impossibile farlo. Non restava niente di lui. Non potere leggere uno scrittore significa che, quando l’ultima voce della memoria scompare, esso muore nuovamente».

Da qui la nascita della Fondazione? 

«Far capire questo a Orioles, che la Fondazione era necessaria affinché tutti potessero ricominciare a leggerlo e capirlo, è stato molto complicato. Ci sono voluti anni affinché loro capissero».

Cosa c’era da metabolizzare?

«Che la Fondazione non fosse soltanto un luogo d’incontro culturale utile a ridare dignità a un intellettuale meridionale, ma strumentale a ridar vita a un’opera».

Da qui l’intesa con Elena, giusto?

«Certo. Più che Claudio, era lei la custode dell’opera di Fava. Lei aveva una vita molto più ordinata, realizzata. Custodiva lei i quadri, i libri, gli appunti. Da lì inizia il progetto assieme. La nostra missione era quella di far sì che Fava fosse rivalutato e reso leggibile ai più, non altro».

Fu subito intesa?

«Ci siamo trovate immediatamente. Probabilmente avevamo vite simili: un lavoro, una famiglia, tanti figli. Avevamo entrambe un’educazione borghese».

Borghese?

«Sì. Non c’è nulla di negativo in ciò. Io sono una borghese convinta. Anzi, credo che metà dei mali della Sicilia derivino dal fatto che qui è mancata una borghesia cosciente. Dando spazio, invece, a una borghesia parassitaria».

Elena era una borghese cosciente?

«Assolutamente. Quando finivamo di lavorare prendevamo tranquillamente un bel tè. Alcune delle riunioni più importanti le abbiamo fatte al caffè. Molto tranquillamente. Così ci siamo trovate».

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