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l'inchiesta della Dia

Mafia e appalti rifiuti
Sei condanne in abbreviato

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La sentenza della Gip Simona Ragazzi.

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CATANIA. Sono quasi 65 gli anni di condanna complessivi inflitti dal gup di Catania Simona Ragazzi a sei dei sette imputati, tutti accusati di associazione mafiosa, che hanno optato per il rito abbreviato nell'ambito del processo scaturito dall'operazione antimafia denominata
Gorgoni, condotta dalla Dia di Catania nel novembre dello scorso anno su coordinamento delle pm della Dda Antonella Barrera e Tiziana Laudani.

Condannati ad 11 anni di reclusione Raffaele Scalia e Salvatore Carambia. Scalia avrebbe ricoperto il ruolo di mediatore tra Vincenzo Guglielmino, amministratore della E.F. Servizi Ecologici, ditta con appalti nel settore dei rifiuti a Trecastagni e Misterbianco, e Massimiliano Salvo, 'u carruzzeri, reggente del clan Cappello a Catania. Carambia, ritenuto uno degli uomini di fiducia del boss Salvo, avrebbe preso parte a diverse riunioni con il gruppo catenoto dei Laudani per dirimere la controversia nata sull'aggiudicazione dell'appalto della raccolta dei rifiuti nel comune di Aci Catena. Di pochi mesi più lieve la pena inflitta a Pietro Garozzo, Vincenzo Papaserio, Fabio Santoro e Luca Santoro, condannati a 10 anni e 8 mesi. Pietro Garozzo sarebbe stato l'anello di congiunzione tra imprenditoria, pubblica amministrazione e criminalità organizzata, occupandosi in prima persona per il clan Cappello dell'aggiudicazione degli appalti pubblici. Addetto alla logistica e ambasciatore dei messaggi destinati al boss Massimilano Salvo. Questo il ruolo ricoperto da Vincenzo Papaserio, gestore di un'autorimessa nel viale Rapisardi a Catania, luogo in cui si svolgevano gli incontri tra gli affiliati. Anche i fratelli Fabio e Luca Santoro sono ritenuti tra i collaboratori più stretti del boss Salvo. Unico assolto, per non aver commesso il fatto, è Davide Agatino Scuderi, accusato di aver preso parte ad una spedizione punitiva commissionata da Massimiliano Salvo per difendere Vincenzo Guglielmino e la reputazione del clan Cappello.

LE REAZIONI DELLA DIFESA. "Una sentenza che ci lascia ampiamente insoddisfatti". Lapidario il commento dell'avvocato Salvo Pace, difensore di Raffaele Scalia. Il legale attende di leggere le motivazioni, ma l'impugnazione della sentenza è solo una questione formale. "Confidiamo nell’appello", chiosa Pace. Annuncia il ricorso in appello anche l'avvocato Salvo Cannata, difensore di Fabio Santoro: "Non posso, pur rispettando la sentenza, non contestare l'impianto accusatorio della Procura che si presume sia stato fatto proprio dal Gup in sentenza. In questa sede non posso che augurarmi che i Giudici d'Appello possano modificare il giudizio di condanna emesso oggi contro il mio assistito, accogliendo i motivi d'Appello che presenterò dopo aver letto le motivazioni". "Non riteniamo utile alla Giustizia commentare la decisione del Gip della quale non conosciamo le motivazioni", è il commento dell'avvocato Davide Giugno, difensore di Pietro Garozzo e codifensore, insieme a Tommaso Manduca, di Vincenzo Papaserio. "Tuttavia, consapevoli dell'infondatezza della piattaforma indiziaria, non mancheremo di censurare in appello la sentenza per affermare l'innocenza dei nostri assistiti". L'avvocato Manduca, che assiste anche Luca Santoro, aggiunge: "Sentenza non condivisibile in quanto in chiaro contrasto con le risultanze processuali del Tribunale del Riesame per alcuni imputati e non condivisibile dal punto di vista probatorio, non essendoci riscontri fattuali ai labiali costrutti accusatori. Per tali motivi si farà appello subito dopo il deposito della motivazione prevista fra 90 giorni".

IL RITO ORDINARIO. Martedì prossimo, davanti ai giudici della prima sezione penale presieduta da Roberto Passalacqua, compariranno gli altri 11 imputati, tra ex amministratori, funzionari pubblici e dirigenti: Gabriele Antonio Maria Astuto, Rodolfo Briganti, Orazio Condorelli, Salvo Cutuli, Giuseppe Grasso, Vincenzo Guglielmino, Ascenzio Maesano, Alessandro Mauceri, Lucio Pappalardo, Angelo Piana e Domenico Nicola Orazio Sgarlato. Sono accusati a vario titolo di associazione mafiosa, corruzione e turbativa d'asta. Al centro della complessa attività investigativa il business dei rifiuti, in mano alla criminalità organizzata. A ricoprire un ruolo di spicco sarebbe stato Vincenzo Guglielmino, ritenuto il volto imprenditoriale del clan Cappello. Per piegare alla propria volontà gli amministratori pubblici, ottenendo così appalti e numerose agevolazioni, avrebbe offerto assunzioni e denaro.


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