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La 'linea di comando' degli Scalisi
Ecco le rivelazioni di Amoroso

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Uno dei primi verbali del neo pentito di Adrano.

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CATANIA - Le rivelazioni di Nicola Amoroso potrebbero produrre molte scosse ad Adrano. E non solo nel mondo della malavita. Tremano i polsi dei boss, ma anche di chi ha avuto connessioni, dirette o indirette, con il clan Scalisi, storici referenti dei Laudani in uno dei tre comuni del cosiddetto ‘Triangolo della Morte’. È ricco di omissis un verbale dello scorso settembre finito nei faldoni di un processo. Nicola Amoroso, condannato a 16 anni di reclusione dal Gup nel processo abbreviato Illegal Duty, ha parlato ore e ore davanti ai magistrati sfogliando un album con i volti dei massimi esponenti delle cosche catanesi. E non ci sono solo le facce degli Scalisi. Amoroso, catturato la scorsa primavera in Germania dopo quasi un anno di latitanza, ha fatto i nomi anche di personaggi di spicco della famiglia catanese di Cosa nostra.

Ma è su Adrano che si concentrano le rivelazioni del neo pentito, che proprio durante il processo Illegal Duty ha svelato la sua decisione di collaborare con la giustizia ammettendo davanti a giudice, pm e imputati i fatti contestati. Per Amoroso non ci sono dubbi su chi tiene le redini del clan Scalisi. Giuseppe Scarvaglieri è definito il “capo assoluto della famiglia che da sempre ha retto il clan decidendo su tutto ciò che riguardava le dinamiche e le attività del gruppo anche quando era detenuto”. Scarvaglieri aveva scelto il clima del terrore tra gli affiliati. “Noi tutti - racconta Amoroso - dovevamo stare attenti a non utilizzare impropriamente il suo nome perché se, ad esempio, avessimo organizzato una qualsiasi attività spendendo il suo nome senza che lui sapesse niente, una volta venuto a sapere di ciò ce l’avrebbe fatta pagare”. Un concetto che il boss aveva ben spiegato in una lettera inviata dal carcere e letta, mentre le cimici registravano tutto, da Alfredo Mannino mentre era in macchina “Chi fa uso e consumo del mio nome per… per i proprio interessi… avrà ciò che merita…”, scriveva Scarvaglieri. Ma chi è Alfredo Mannino? Uno che conta all’interno del clan Scalisi, secondo le rivelazioni di Nicola Amoroso, che poi si aggiungono a quelle degli altri pentiti adraniti.

Nel processo Illegal Duty la condanna di primo grado per Alfredo Mannino è stata di 20 anni di reclusione. Amoroso sarebbe stato l’autista del boss Alfredo Mannino. “Eravamo spesso insieme, si fidava ciecamente di me, tant’è che da lui ho appresso le vicende più delicate del gruppo Scalisi e di quello dei Santangelo, compresi gli omicidi storici”. E questo fa presagire che potrebbero aprirsi diversi filoni investigativi dopo le confessioni di Amoroso. Il pentito conferma il rapporto epistolare tra Mannino e Scarvaglieri. “Scriveva in carcere allo Scarvaglieri anche utilizzando un nome finto e lo Scarvaglieri, a sua volta, rispondeva utilizzando il nome di altro detenuto. Leggevamo insieme le lettere dello Scarvaglieri, ricordo che in una lettera Scarvaglieri dava disposizioni sollecitando di mantenere buoni rapporti con i Santangelo”.

Ed è anche tramite una lettera che il boss Scarvaglieri avrebbe comunicato al clan che il ruolo di capo sarebbe stato affidato a Pietro Maccarrone. “Ruolo ricoperto - spiega Amoroso ai pm - dopo l’arresto di Pietro Severino (altro elemento di spicco della cosca Scalisi, ndr). Dava incarico e coordinava diverse attività della famiglia”. E nelle file degli Scalisi ci sarebbe stato anche il figlio di Pietro Maccarrone, Giuseppe. Amoroso lo riconosce immediatamente quando il magistrato gli mostra la sua foto. “Operava come braccio destro del padre, occupandosi di droga e di armi. Infatti custodiva il borsone delle armi del padre”. E Amoroso ricorda il sequestro di gennaio 2016 a casa di Giuseppe Sinatra. Quelle armi “appartenevano a Giuseppe Maccarrone”, rivela il pentito.


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