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Polizia di Enna

Colpi e furti nelle imprese agricole
Blitz 'Draci', fermati 9 catanesi

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Il 'capo banda' durante le azioni criminali portava con sé il figlio minorenne.

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ENNA - I poliziotti, o comunque gli sbirri, li chiamavano draci, in rumeno diavoli. Da questo particolare, emerso nel corso delle intercettazioni, gli investigatori della Questura di Enna hanno deciso di chiamare proprio Draci l’operazione che ha permesso questa mattina di sgominare una gang, composta da diversi catanesi, che avrebbe messo a segno diversi colpi ai danni di diverse aziende rurali. Gli indagati etnei sono i ramacchesi
Fabrizio Marino, Loris Salvatore Di Benedetto, Angelo Samuele Compagnino, Giovanni Curello, Alfio Di Stefano, il catanese Giuseppe Balsamo ed i paternesi Giuseppe Calogero Chinnici, Andrea Carmelo Cono Schepis e Anthony Schepis.

In questi mesi la banda di criminali, che avrebbe avuto al vertice il romeno Madalin Finaru, avrebbe razziato diverse imprese agricole rubando autocarri, escavatori, trattori e quad. La gang sarebbe diventata un vero e proprio incubo per chi opera nella zona soprattutto di Piazza Armerina. Sono tredici le persone finite in manette, destinatarie di un decreto di fermo emesso dalla Procura di Enna. L’operazione è stata condotta dalla Polizia di Enna con il supporto della Squadra Mobile di Catania, in particolare per la cattura dei catanesi. Le perquisizioni scattate questa mattina hanno permesso di recuperare alcuni dei mezzi rubati.

Per incastrare i malviventi i poliziotti hanno messo in piedi una capillare attività investigativa attraverso l’analisi dei dati dei Gps, dei tabulati telefonici, della visione dei filmati di video sorveglianza delle aziende derubate e anche dallo studio dei profili Facebook di alcuni sospettati. E inoltre sopralluoghi e appostamenti per localizzare i covi dove la gang nascondeva la refurtiva. Le indagini hanno permesso di far luce su diversi colpi messi a segno, tra questi anche quello ai danni di un’azienda sottoposta a sequestro dall’autorità giudiziaria.

Dall’inchiesta è emerso anche un aspetto inquietante: il presunto capo della banda infatti durante le azioni criminali si sarebbe portato dietro il figlio minorenne. Anche perché il ragazzino, come immortalato nel corso delle intercettazioni, avrebbe confessato alla nonna che preferiva stare con papà durante la notte perché dovevano “lavorare per mangiare”. Una frase che secondo gli investigatori farebbe comprendere come il figlio fosse a conoscenza dell’attività illegale del padre. In altre conversazioni captate il minore inisteva anche per guidare i veicoli rubati. “Come se quasi tutto fosse un gioco”, scrivono i poliziotti. Una vera emergenza educativa e sociale, dunque.

 


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