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Assinnata jr vuota il sacco:
"Ecco chi comanda a Paternò..."

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Ecco cosa ha raccontato ai magistrati.

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CATANIA - “Voglio chiudere con la mia vita precedente, a causa del mio cognome ho solo avuto problemi”. Con queste parole Mimmo Assinnata jr il primo ottobre scorso manifesta la volontà di diventare collaboratore di giustizia ai magistrati della Dda catanese. Una notizia, prima semplice indiscrezione e poi ufficializzata con l’avviso di conclusione indagine dell’inchiesta Assalto, che ha scosso Paternò. Nessuno, all’ombra del castello Normanno, si aspettava questo passo da parte del giovane boss. In realtà non è il primo rampollo di una famiglia mafiosa a fare una scelta così radicale, in quella porzione di provincia etnea. Anche Valerio Rosano, esponente della famiglia mafiosa di Adrano, l'anno scorso ha deciso di voltare pagina ed entrare nel programma di collaborazione. Quella volta la famiglia non la prese certo bene. La faccia del giovane boss è stata messa in alcuni necrologi appesi in tutta Adrano. Per quei manifesti arrivò anche l’inviata Petix di Striscia La Notizia. Chissà come ha reagito invece la famiglia Assinnata?

Il racconto del neo dichiarante parte dalla sua ascesa criminale all’interno della famiglia Assinnata, storicamente legata ai Santapaola di Catania. “Io da sempre a Paternò sono stato rispettato e temuto perché figlio di Salvatore Assinnata. Sino al 2013, quando da ultimo è stato arrestato mio padre Salvatore, lo stesso cercava di non coinvolgermi nel gruppo mafioso che faceva capo a lui ed io fino a quel momento avevo cercato di lavorare. Io venni arrestato nel 2011 - racconta ancora - per spaccio e resistenza a pubblico ufficiale, poi però nel breve periodo è stato fuori mio padre e io non commettevo reati”. Per un periodo Mimmo pare riuscire a stare fuori dai guai. “Lavoravo come pasticcere”. Ma i segreti della famiglia li conosceva tutti. “Sapevo già allora che il gruppo mafioso di Paternò guidato da mio padre faceva parte del clan “Santapaola” di Catania e in particolare faceva riferimento al gruppo di Picanello”. Linea di comando emersa in diverse inchieste, soprattutto sulle estorsioni.

Mimmo Assinnata jr poi sceglie la strada della mafia. E in particolare dello spaccio. “Volevo fare soldi facili sfruttando il mio cognome e circa un anno dopo l’arresto di mio padre cominciai a creare dei gruppi e delle piazze di spaccio ed in particolare nella piazza Purgatorio, vicino al bar Motta e nella zona Ardizzone. Poi cominciai anche ad occuparmi di qualche estorsione del gruppo”.

Ai vertici a Paternò però c’erano i fratelli Amantea. D’altronde Franco Amantea è un uomo d’onore. “Al tempo il vertice del clan - racconta ai magistrati il pentito - a Paternò erano Franco e Massimo Amantea e loro tenevano la cassa comune del clan. Infatti io pur essendo un Assinnata per potere gestire le piazze di spaccio dovevo versare la quota per la cassa comune, tenuta proprio dai fratelli Amantea”. Ma ci sarebbe stato qualche problemino con gli Amantea. “Spesso non davano il dovuto come stipendio a mio padre ed altri detenuti”, dice.

Mimmo Assinnata jr nel 2017 finisce in carcere per espiare una condanna definitiva. E dietro le sbarre si parla, si parla assai. Ed è lì che al giovane boss diversi detenuti avrebbero raccontato molti segreti dei clan catanesi. Tra le mura di Bicocca e Siracusa avrebbe scoperto “vari fatti relativi ai clan mafiosi e quindi di omicidi, armi, droga ed altro”. Da questo punto in poi omissis.


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