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l'intervista

Gullotta, il teatro e la società
"Catania, città che non si indigna"

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L'attualità del testo del premio Nobel per la Letteratura, la politica, l'attualità, e Catania. Una lunga chiacchierata con l'attore nato al Fortino.

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CATANIA - Quello che colpisce di più, quando parli con lui, è la sua gentilezza. Si percepisce già dalla stretta di mano l'eleganza di un uomo di altri tempi. E non certo per l'età. Leo Gullotta è uno di quegli attori che spicca per bravura - ha alle spalle una carriera lunga e fortunata, sul palco e sullo schermo - per la simpatia, immediata quando lo si incontra, ma anche per la grande umanità. E lucidità nell'interpretare i tempi - bui - che il Paese sta attraversando. Inconsapevolmente.

Al teatro Verga fino all'11 novembre con Pensaci Giacomino, con la regia di Fabio Grossi, l'attore catanese, nato al Fortino, ultimo di sei figli, commenta con Livesicilia l'attualità dell'opera pirandelliana, le intuizione dello scrittore agrigentino, premio Nobel per la Letteratura, la politica attuale e la sua Catania. Dove il teatro, una volta brillante, è in sofferenza da tempo. "Una città dolente - dice Gullotta. La sofferenza è data da anni e anni di politica blanda che non ha portato a nulla, che non ha sottolineato il valore della scuola, che non discute di nulla. La cultura è vista come un passatempo, e questo vuol dire che non ci sono stati uomini che hanno saputo fare politicamente, costruire una città. Questo è dolente da parecchi anni". Una città dolente, dunque, condannata dalla stessa natura dei suoi abitanti e dalla caratteristica, atavica, del fregarsene, del non indignarsi. "Fare spallucce - continua - è un'abitudine antica in questa terra.

Se potesse fare qualcosa per la sua città...

Non posso suggerire nulla. Quando me lo hanno chiesto ho risposto civilmente, come ogni cittadino ma sentivo la frase 'Che t'interessa a tia?'.  E, al momento del voto di fronte all'abitudine terribile che arrivano ca spisa, oppure cu tre chili di carne, nessuno dice mai 'mi scusi un attimo, ma perché mi dà la spesa, la carne?', stanu muti e i cosi si pigghiano. La storia è antica, antichissima. Questa omertà continua, questo non sentire il bisogno di una ricostruzione civile. Tutto è in abbandono.

Nessuna speranza, dunque?

La speranza bisogna averla, e non poca, molta. Si può sempre pensare come si può fare per migliorare. Ma la politica deve ascoltare i cittadini, con la speranza che questi siano positivi, che siano curiosi, che capiscano alcune cose, ascoltando, quindi avendo un incontro. Questo non avviene. È bello fare i minuetti, ma se ancora oggi il 5 gennaio gli amici si riuniscono in via Giuseppe Fava, ex via dello Stadio, e portano dei fiori a ricordo di quella gugiornata di 35 anni fa e dopo un po' quei fiori spariscono, perché non c'è l'indignazione in questa città. Perché non indignarsi?

Restiamo in via Fava, ma per lo spettacolo. Un attualissimo Pirandello...

"Il testo è quello di Pirandello, ma lo spettacolo, grazie alla lettura drammaturgica del regista Fabio Grossi, è accorpato in un'ora e venti ed è un atto unico. Le tre situazioni che segnano la storia sono caratterizzate da una scenografia particolare, che è la riflessione del periodo pirandelliamo in Germania, l'espressionismo. È ambientato negli anni Cinquanta, mentre Pirandello la ambienta nel 1917. Perché negli anni Cinquanta l'Italia esce dalla guerra, è in piena ricostruzione gioiosa e in libertà ritrovata.

Pirandello resta uno degli autori più attuali in assoluto.

"Secunnu lei ci reseru u nobel tanto per farlo contento, come si fa qui in Italia? o al sud dove la cultura soltanto la sagra da sasizza o il cantante di moda? Pirandello potrebbe insegnare ancora tanto ai siciliani, agli italiani. Se si legge questo testo o altri testi: è uno che ha visto in maniera lunga, enorme, straordinaria, il futuro dell'uomo e della società in questo Paese. È un testo attualissimo, non c'è bisogno di riscrivere un autore così grande. C'è invece l'occasione di riflettere, guardando lo spettacolo, leggendo il testo.

Come?

Ci sono cose importantissime dell'oggi, è un testo attuale, contemporaneo, acuto e graffiante nella scrittura. Viene affrontata la condizione della donna,  di lotte verso una società maschilista, la condizione della scuola, la condizione degli insegnanti, del becero, della chiacchiera sociale, dell'ipocrisia. L'avvento del baciapile, la condizione di un uomo anticonformista, anziano - e non vecchio - pronto ad aiutare ma che nessuno comprende. E poi, nella storia che portiamo in scena, c'è la presenza eterna del clericale, che sempre condiziona, ma soprattutto c'è l'ignoranza che produce violenza. I genitori della ragazza sono persone che non sanno e sono violenti nell'animo, sono controllati dalla società. E oggi, non accade la stessa cosa? non siamo controllati, istigati alla violenza? Che appartiene alla condizione attuale del mio, nostro Paese.  Tutto quanto fa parte di questo testo, che non si mette in scena da circa 35 anni, è attuale.

Lei in scena è il professor Toti...

Il professor Toti è un anticonformista, è anziano ma non decrepito, è pronto a osservare. Ma è proprio il suo anticonformismo che la società non è abituata a vedere perché vuole che ognuno sia uguale agli altri Questa è la battaglia.  È uno spettacolo che diventa un pretesto per portare avanti un discorso forte, improntato sui valori civili del professor Toti, insegnante al ginnasio.

Che fine ha fatto il teatro a Catania, un tempo città di teatro?

È stato nella nostra storia, siciliana ed italiana, molto importante. Poi c'è stato un cambiamento, la trasformazione della politica che abbiamo vissuto da trent'anni a questa parte, una politica piatta, bacata, affaristica, che vuole solo la conquista del potere. Questo è successo, altrimenti non staremmo, nel 2018, a parlare del teatro, che sarebbe un dato di fatto. Sarebbe studiato a scuola.

La nostra società pare stia puntando all'odio  tutti i costi e la politica non sembra estranea a tutto questo

"Ci hanno portato a questo. Questa è la direzione, le economie internazionali trasformano il modo di condurre un Paese, e così si bloccano processi evolutivi. A questo bisogna aggungere che nel nostro Paese la classe politica è totalmente imbarazzante. Le cose vanno di pari passo. Qual è un piano industriale vero e autentico per la crescita del Paese? Ognino ne fa uno personale, Di Maio, Salvini. Ma non si cresce con questo, e soprattutto non si cresce con la malevolenza, con il cinismo del signor Salvini, con un lingiaggio così appesantito, così volgare da parte delle istituzioni. Che messaggio si dà ai giovani? 'Usa anche tu questo linguaggio, uniformati, non approfondire, non farti rispettare'. Salvini e Di Maio poi sono in campagna elettorale per le Europee, quindi ancora una volta non si fa nulla, campagna elettorale e basta. Aggiungo che il cittadino onesto, perché ci sono in grande quantità in Italia e in Sicilia, è stato abituato a non riflettere, è stata abbassata la qualità dei programmi, che sono uniformati verso il basso. A tutto questo va aggiunto che, la maggior parte degli italiani - che un po' vigliacchetti siamo - parlano senza sapere nulla, solo per mania di protagonismo. Che diventa l'offerta anonimacosa indicibile, dei social, l'offesa facile. Senza mai addentrarsi in un concetto costruttivo, parlando solo per frasi fatte. Tutti ormai si sentono protagonisti dicendo cazzate; offendendo, ma nell'anonimato.

Indossando delle maschere, per tornare a Pirandello

Se osserviamo l'espressionismo tedesco, la trasformazione sociale, queste facce stravolte sono intorno a te continuamente. Conta l'osservazione che gli altri devono fare su di te. I personaggi di Pirandello sono rappresentativi di una società malata, non cresciuta, ambigua, ipocrita. Ci si meraviglia come quest'opera sia stata scritta nel 1917: è possibile che quest'uomo dall'intelligenza arcigna, abbia capito l'evoluzione e l'involuzione di questa nostra società? Riflettere fa bene, uscire di casa fa bene. Ogni tanto si può anche decidere di non stare su internet. Stare insieme fuori significa respirare una realtà: guardi l'atro, ti misuri. Andare il teatro è positivo, in questo senso. Mi dispiace soltanto che nelle scuole non sia materia, a differenza degli altri paesi, dove si studia tra i banchi. I testi sono chiavi di lettura, spunti di riflessione. E invece, grande offesa all'intelligenza di molta parte degli italiani, hanno tolto la storia, e come si può crescere senza sapere chi sei, da dove vieni, cosa è successo nel mondo? Penso che sia una cosa indotta volutamente, così come è indotto volutamente questo linguaggio becero del potere, delle istituzioni.

La direzione che la comunicazione sembra stia velocemente prendendo, è quella di far credere di vivere vite che non sono le nostra. Di nuovo Pirandello...

Perché non si vuole più pensare, si vuole rimanere uguali agli altri.

 

 

 

 

 


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