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IL CASO

Il pizzo dell'antimafia VIDEO
Le intercettazioni dello scandalo

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antiracket, arrestato, mafia, salvatore campo, Catania, Cronaca
CATANIA – Il passaggio del pizzo viene immortalato dalle telecamere nascoste della guardia di finanza. I soldi, in contanti, per non lasciare tracce, sono contenuti in una busta bianca. Passano di mano in mano velocemente. A pagare è, ancora una volta, una vittima di usura ed estorsione, riconosciuta dallo Stato, che ha ricevuto il sostegno economico necessario a fare andare avanti la sua impresa, taglieggiata da Cosa Nostra. Ma a incassare la somma non è un boss né uno scagnozzo, ma il presidente di una delle più importanti associazioni antiracket siciliane: Salvo Campo, fondatore della A.SI.A., associazione siciliana antiracket.

Nella foto, Salvatore Campo



Volto notissimo a livello nazionale, più volte ospite del Maurizio Costanzo Show, secondo quanto accertato dal nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza etnea, chiedeva il 5% sulle somme che riusciva a far ottenere agli associati, tutte vittime di usura e del racket mafioso, imprenditori in ginocchio che spesso rischiavano la vita e si affidavano a lui per avere sostegno psicologico e assistenza processuale. Ma poi, secondo quanto accertato dal gruppo sui reati dei colletti bianchi, coordinato dal sostituto procuratore Fabio Regolo, le vittime della mafia si ritrovano, nuovamente, davanti a quell'inferno dal quale erano scappati: corrispondere una percentuale fissa, del 5% a colui che, in quel momento, rappresentava lo Stato. Proprio per questo a Campo viene contestato il peculato, reato tipico dei pubblici ufficiali, anche perché si trattava di fondi pubblici.

L'ASSOCIAZIONE – Nasce nel 2008 la A.SI.A. con lo scopo di “esercitare una costante azione di stimolo nei confronti dell'opinione pubblica e nei confronti di tutte le autorità costituite affinché il problema dei delitti di estorsione e diusura vengano considerati primari ed essenziali non solo per le categorie che li subiscono ma anche per l'intera comunità che direttamente da tali delitti viene gravemente danneggiata”. Non si tratta di una piccola associazione antiracket, ma di una delle più importanti in Sicilia, con ben 152 associati.

LE INTERCETTAZIONI – Campo si sentiva sicuro, pubblicamente era stato in prima linea fondando anche il Consorzio per la legalità siciliano. Ma a lui piacevano i soldi, in contanti. Soldi provenienti dal fondo antiracket che avrebbe utilizzato per scopi strettamente personali. Ad ogni associato faceva firmare una documento, che lo obbligava a corrispondere il 5% all'associazione antiracket che presiedeva. La cifra doveva essere corrisposta con puntualità. Comunque stiamo attenti – dice Campo a una vittima di usura - questo per me è lavoro e tu lo sai che non voglio ricordare nulla ... ma nel caso noi dovessimo riuscire, veramente, ad avere quello che compete a te ... il 5% me lo riconosci...”
“Perché no! Non sono stato sempre...”, risponde l'associato.
Ma lui, il presidente antimafioso insiste: “Va beh! Ma io ... la percentuale già l'abbiamo detta... la sappiamo dall'inizio... io già lo so e mi batterò, perché il 5% sul valore degli immobili saranno soldi...”.
La vittima di usura si mostra perplessa: “Sì, ma dico... io credo di non essere mai mancato ad un impegno...”.
“Firma”, tuona Campo, che pretende il rispetto degli accordi.
“La vittima – hanno documentato gli inquirenti – a fronte di un risarcimento economico di 43mila euro, aveva corrisposto a Campo la somma di 4mila euro”.

QUESTIONE DI SOLDI - Tutto documentato dalle cimici della Finanza. “Il mio lavoro – dice il presidente dell'associazione antiracket - me lo ha pagato lei ? Ah... io non me lo ricordo...il mio lavoro...di questi 43.000,00 euro me lo ha pagato lei ? Non mi ha dato niente!”.

A questo punto, il socio dell'associazione, è meravigliato e chiede: “Come pagato ? La prossima volta io le domando la ricevuta... se lo è scordato che gli abbiamo fatto il regalo anche alla signora?”.
“Che mi ha dato?”, ribatte Campo: “Quattromila euro le ho dato – conclude l'associato – dottor Campo”.

“LAVORO” - I fondi statali concessi alle vittime di usura ed estorsione, per il presidente dell'antiracket rappresentavano un “lavoro”, una somma dovuta per quello che faceva e per riscuotere faceva pressioni. “Eh, ho capito – dice il presidente antimafioso alla vittima della mafia – che dobbiamo fare?”. La vittima, che non aveva corrisposto il “dovuto”, tenta di prendere tempo: “No, ma tranquillo, non si preoccupi, anche, poi le spiego”. Ma il paladino insiste: “Non è che possiamo fare sta cosa!”. La vittima tenta di rassicurarlo: “Non si preoccupi”. Ma a questo punto della conversazione, Campo ammette candidamente che per lui, è un motivo di lavoro. “Il mio lavoro – dice Campo intercettato – deve essere soddisfatto...il lavoro deve essere, per me è lavoro, non è che per dire...”.

OSSIGENO – I fondi nazionali antiracket per il presidente arrestato erano ossigeno. “Ah! - dice a una parente - un poco di ossigeno (OMISSIS)... mi ha portato mille euro”, dice. E poi precisa: “Così i soldi della pensione non li tocchiamo lunedì ...”. Quei fondi, però, servivano per salvare l'impresa dai danni provocati dalla mafia. Ma per uno strano scherzo del destino, erano finiti nelle tasche dell'antimafia.

 

 


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