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L’arresto di Nicotra
e il silenzio del Pd

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L’arresto arriva in un momento difficile in vista dei congressi a tutti i livelli.

 

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CATANIA – Fatto il renzismo bisogna fare i renziani. Così, scomodando Massimo d’Azeglio, inizia l’epopea rottamatrice in terra etnea. E, nello stupore generale, gli outsider diventano noti personaggi politici che saltano gli steccati e si ricollocano nel Pd. La foto ricordo di quei giorni ritrae Raffaele Pippo Nicotra, Luca Sammartino e Valeria Sudano sorridenti sul palco delle Cimiere, accerchiati dallo stato maggiore regionale e catanese del Pd che subisce la manovra dei dioscuri Davide Faraone e Lorenzo Guerini, facendo la cosa che gli riesce meglio: restare in silenzio. Una sola voce si leva, quella dell’onorevole Giovanni Burtone, ma si fa sempre più flebile fino al mutismo assoluto. Mugugni tra i corridoi a parte, l’unico rumore arriva dalle porte che si chiudono con violenza alle spalle di alcuni militanti di base come Danilo Festa che ritiene incompatibile un percorso comune con gli ex Articolo 4. Il resto è storia recente. A fasi alterne, il gruppo è al centro di scontri interni o di alleanze a livello amministrativo, (temuto) pacchetto di voti utile per le varie correnti locali e i big del Pd etneo. Il renzismo è come l’universo: in espansione. Poi il tonfo sordo e il ridimensionamento finale. Oggi un’altra pagina del copione viene scritta.

Ma la penna è dei magistrati. Così l’arresto di Nicotra, accusato di concorso esterno e voto di scambio politico-mafioso, è salutato con assordante silenzio (o quasi). Non parlano la senatrice Valeria Sudano e il deputato regionale Luca Sammartino da sempre vicini all’ex sindaco di Aci Catena, né il segretario provinciale Enzo Napoli. Non pervenuti nemmeno gli altri big del partito (eccezion fatta per l’area laburista di Villari e Raia). Se la vicenda giudiziaria è di competenza della magistratura, quella politica sarebbe di pertinenza del partito, considerando che Nicotra è stato eletto l’anno scorso alle primarie quando i renziani fecero saltare il banco dei gazebo a forze di preferenze e siede in assemblea nazionale del Pd. Basterebbe anche un semplice “abbiamo fiducia nel lavoro della magistratura” ben ponderato da una giusta dose di garantismo. E invece nulla. L’arresto arriva in un momento difficile, una fase di assestamento in vista dei congressi a tutti i livelli, per questo le bocche restano cucite. Anche perché se si accertasse con una sentenza il reato di voto di scambio, il teorema del consenso a tutti a costi, che tante scelte politiche ha orientato in questi anni, andrebbe in pezzi. E del partito catanese resterebbe veramente poco.

 


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