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L'ANALISI

Ciancio, l'essenza del potere
e il silenzio della Catania bene

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La confisca da 150milioni e la giornata più lunga per l'uomo più potente del Meridione.


CATANIA – L'agenzia sulle dimissioni di Mario Ciancio dalla direzione de La Sicilia viene battuta intorno alle ventuno dopo quella che è stata, per l'uomo più potente del Meridione, una delle giornate più intense. Insieme a lui, il figlio Domenico lascia la condirezione del giornale che ha raccontato, in regime di monopolio, la storia non solo di Catania, ma di quasi mezza Sicilia, negli ultimi 51 anni, contribuendo alla determinazione di equilibri politici e, come ha ipotizzato la magistratura, alla coltivazione di interessi che coincidevano con quelli dell'editore e direttore Mario Ciancio.

Interessi che in questo momento sono valutati dalla magistratura attraverso la lente del diritto, mentre il direttore Ciancio chiede che si faccia presto.

Ma l'uscita dell'imprenditore catanese da quella stanza affollata di esponenti istituzionali ad ogni momento dell'anno e addobbata con pregiate ceramiche siciliane, è certamente un momento simbolico. Non tanto per la rilevanza cautelare o penale del provvedimento di confisca da 150milioni di euro. Quanto perché c'è stato un giudice a Catania che ha deciso, dopo un elenco lunghissimo di udienze, proscioglimenti, imputazioni, assoluzioni e rinvii, di mettere un punto.

Il tribunale di Catania ritiene che ci siano – in forza al gruppo Ciancio - decine e decine di milioni di euro che sarebbero spuntati praticamente dal nulla, ingrossando i patrimoni di oltre trenta società. Una questione sulla quale il legale di Mario Ciancio, Carmelo Peluso, intervistato da LiveSicilia, ha annunciato battaglia.

L'INDAGINE - Questa pronuncia arriva dopo un lavoro di approfondimento durato 11 anni che porta la firma delle due punte di diamante della Procura di Catania: Antonino Fanara e Agata Santonocito, che hanno lavorato a stretto braccio con il procuratore capo Carmelo Zuccaro e gli uomini del Ros. L'indagine patrimoniale nasce dopo il primo fascicolo aperto a carico di Ciancio nel 2007: in quel momento la Procura indagava sul ruolo di un intermediario del gruppo Auchan Rinascente al quale l'editore catanese avrebbe garantito “tutte le autorizzazioni” senza pretendere una lira fino al momento dell'inizio dei lavori. L'editore avrebbe “garantito” ciò che era di diretta competenza del Comune, autorizzazioni sui suoi terreni. E della Regione. Accuse difficili da riscontare, se non fosse che, effettivamente, sul terreno di Ciancio, che lambiva l'area aeroportuale, grazie a una variante dell'era Scapagnini, è sorto un centro commerciale, sfiorato, durante ogni atterraggio, dagli aerei che sorvolano vincoli e paesaggi. Sullo sfondo si celebra l'essenza del sistema Catania: un sistema in cui i diritti e i doveri sono messi in crisi dai privilegi, concessi a pochi rinomati cittadini. Un sistema che ha messo in crisi le imprese, l'economia e ha cancellato anche il ricordo di quella che fu la Milano del Sud.

I SILENZI – “Lascio perché penso che oggi un mio passo indietro, seppur doloroso, rappresenti una scelta che possa aiutare me ad essere più libero rispetto alla prova che mi tocca affrontare e perché ciò può contribuire ad evitare che restino eventuali dubbi nei miei 400.000 lettori, nei giornalisti, nei tipografi e nei collaboratori. Ma lascio a fronte alta, perché non ho commesso alcuno dei reati di cui sono accusato. E lo dimostrerò”. Ciancio ribadisce – con una formula retorica - di aver fiducia nella magistratura, ma mentre scandisce le sue parole all'Ansa, tutt'intorno c'è una città silente. Nessuno è intervenuto dopo il comunicato della Procura di Catania, né per osannare i magistrati, né per difendere l'editore – direttore. Nessun cenno dalle associazioni antimafia che inondano di comunicati stampa le redazioni quando scattano gli arresti degli spacciatori di periferia. Nessun cenno dagli esponenti della destra e della sinistra. Escludendo l'ex giornalista dei Siciliani di Pippo Fava, Riccardo Orioles e Claudio Fava, componente della commissione antimafia regionale, Catania ha accolto uno dei fatti più importanti degli ultimi 20 anni in totale silenzio, come è stato dopo la condanna in primo grado di Raffaele Lombardo. Catania preferisce bisbigliare e, quando conviene, fingere di non conoscere. E forse, per una volta, guardando a Ciancio e alle sue presunte colpe, dovrebbe specchiarsi e scoprire se stessa.


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