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il blitz dei carabinieri

C'è un nuovo pentito a Paternò
Caliò: "Tutto su Assinnata junior"

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(nella foto Mimmo Assinnata jr e immagini del blitz Assalto)

Le rivelazioni del nuovo collaboratore sono finite nelle carte dell'inchiesta Assalto.

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CATANIA - Che c’era un nuovo pentito a Paternò si sapeva ormai da diversi mesi.
Le dichiarazioni del collaboratore di giustizia Antonino Giuseppe Caliò - meglio conosciuto nella malavita paternese con il soprannome ‘a stallera - hanno permesso di blindare le prove raccolte nell’ambito della lunga indagine Assalto dei carabinieri che oggi ha portato all’arresto di 9 persone. Tra i destinatari dell'ordinanza Domenico Assinnata jr - nipote dello storico Mimmo e figlio dell’attuale reggente di Paternò Turi - già detenuto al carcere di Siracusa. Le rivelazioni di Caliò sono finite nei faldoni dell’inchiesta da pochi mesi. Il verbale inserito nella misura firmata dal Gip Giancarlo Cascino è datato 3 maggio 2018. ‘A stallera racconta il suo excursus criminale: Caliò ha mosso i suoi primi passi nel clan Alleruzzo-Assinnata sin da giovanissimo. “A quei tempi - racconta il pentito - la cosca paternese era legata al clan Ferrera e poi ai Santapaola di Catania”. Faceva lo spacciatore Caliò. “Spacciava insieme a Vito Assinnata, poi assassinato”, si legge negli atti dei magistrati.

Antonino Giuseppe Caliò ha tanto da raccontare sul giovane rampollo della famiglia Assinnata. “La terza generazione del clan”, l’ha definita il procuratore Carmelo Zuccaro in conferenza stampa questa mattina. “Ho venduto al gruppo di Domenico Assinnata jr. 200 grammi di cocaina che ho consegnato a Erminio Laudani (suocero di Domenico Assinnata)”. Per loro avrebbe garantito un padrino di rango: Franco Amantea. Anche se poi, a seguito dei ritardi nei pagamenti, non “gliene avrebbe consegnata più”, racconta ai magistrati.

Ad un certo punto si sarebbe parlato anche di un omicidio. E la vittima designata sarebbe stata Salvatore Tilenni Scaglione (uomo vicino al boss Turi Leanza assassinato nel 2014, che aveva creato un suo gruppo di fidatissimi sotto l’effige degli Alleruzzo). “Sarebbe stato proprio Domenico Assinnata, figlio di Turi, ed Erminio Laudani, a spiegargli la necessità di dovere uccidere Salvatore Tilenni Scaglione, poiché lo stesso voleva uccidere proprio Mimmo Assinnata”, è riportato nero sul bianco nella misura del Gip.

Caliò fornisce dettagli precisi su Domenico Assinnata jr quando i magistrati gli mostrano la sua foto. “Domenico Assinnata è figlio di Turi Assinnata. L’ho conosciuto meglio - racconta Caliò - tra il 2013 ed il 2014 quando lui con la famiglia è venuto a Cremona da me per appoggiarsi per poi andare a colloquio dal padre detenuto ad Asti se ben ricordo”. Fu attraverso una parente che Mimmo Assinnata finì a casa di Caliò quando doveva andare a trovare il padre in carcere. Almeno questa la versione del pentito. “In queste occasioni li a Cremona ricordo che Domenico Assinnata ed Erminio Laudani mi parlavano della gestione degli affari illeciti del loro gruppo, ed in particolare Domenico mi diceva che lui si occupava di spaccio di droga e di estorsioni e che curava lui che arrivassero gli stipendi per i detenuti e che lo faceva con Erminio Laudani e con Luca Vespucci, a quel tempo ancora libero”.

Quei viaggi ad Asti risalgono a diversi anni fa. Siamo nel periodo dell’omicidio di Turi Leanza, il 2014. Caliò racconta retroscena per certi versi inediti, anche se già ipotizzati dall’analisi degli investigatori, sull’agguato a Turi Padedda. Mimmo Assinnata jr si sarebbe quasi preso il merito per quell’assassinio. “Ricordo che lì a Castel Leone, Domenico Assinnata mi parlò anche dell'omicidio di Turi Leanza e si vantava dicendo che in qualche modo aveva causato lui questo omicidio perché era andato da Turi Rapisarda e gli aveva detto che Leanza voleva ucciderlo”.

Poi dopo l’omicidio di Leanza a Caliò arriva una lettera dal carcere: il mittente è Turi Assinnata, il reggente - secondo gli inquirenti - di Cosa nostra a Paternò. “Poi mi arrivò dal carcere una lettera di Turi Assinnata - racconta ancora - e ciò accadde certamente molti mesi o forse un anno dopo l'omicidio dì Turi Leanza e quindi penso nel 2015”. Turi Assinnata avrebbe avvisato il collaboratore che nell'arco di qualche giorno sarebbe uscito dal carcere un suo amico, Maurizio Motta, esponente dei Mazzei di Catania (i cosiddetti Carcagnusi). Già sulle colonne di LiveSicilia è stato evidenziato come Maurizio Motta sarebbe diventato - secondo le risultanze dell’inchiesta Target - il reggente operativo dei Carcagnusi. “Lo dovevo fare prendere dal carcere - racconta Caliò - perché mi avrebbe consegnato un biglietto. Io lo feci prendere da mio genero ed il Motta pur confermandomi che era sempre del clan dei Carcagnusi mi diede un biglietto dove Turi Assinnata mi diceva di fidarmi del Motta”.

Ed è qui che si parla del progetto di uccidere Tilenni Scaglione. “Lo stesso Motta mi disse che Turi Assinnata non aveva rancore nei miei confronti e mi chiedeva di uccidere Salvatore Tilenni Scaglione perché minacciava suo figlio Domenico e pensavano che lo volesse uccidere. Turi Assinnata voleva che l'omicidio lo facessimo io, il Motta, Luca Vespucci e ci dovevamo portare a Domenico Assinnata senza farlo sparare ma per fargli vedere come si uccide una persona”. Insomma una sorta di “battesimo del killer".

Caliò da Cremona torna alle falde dell’Etna. “Quando tornai a Catania io incontrai sia Maurizio Motta - racconta - sia in più occasioni Domenico Assinnata, Erminio Laudani ed anche il Vespucci che ancora era libero. Ciò accadde tra il 2015 ed il 2016. Io ho incontrato Domenico Assinnata ed Erminio Laudani sia a casa mia che a Paternò a casa di Turi Assinnata dove io sono andato più volte anche ospite a cena”.

Tra una boccata e l’altra Mimmo Assinnata jr avrebbe raccontato a Caliò molti particolari dei suoi affari di droga. “Ricordo che Domenico mi disse che continuava a fornirsi di droga da un calabrese che era "patrozzo " di suo padre Turi, ma aveva creato un buco ed il calabrese non voleva più dargliene, tanto che Domenico, insieme ad Ermino Laudani, mi chiedevano se potevo vendergli io della droga perché sapevano che io a casa mia tenevo cocaina per conto di Sebastiano Cambria, esponente del clan Cappello gruppo di Massimo Salvo, detto u carrozzeri. Io ricordo di avere venduto in due occasioni 100 grammi di cocaina a Domenico Assinnata, che venne a ritirarla a casa mia con Erminio Laudani”. La vendita però è stata autorizzata da Cambria. Come prevede la diplomazia mafiosa. Anche perché alla fine era l’esponente dei Cappello di Catania, racconta Caliò, ad intascare i soldi.

Pare proprio che quest’ultimo collaboratore di giustizia aveva contatti con diversi clan, dai Carcagnusi ai Cappello. Con le sue dichiarazioni potrebbe mettere nei guai, dunque, non solo i paternesi.


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