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i capi militari del crimine

Santapaola, i nuovi padrini
La mafia dopo l'arresto di La Causa

Catania, mafia, santapaola, Cronaca

Come sono cambiati i vertici di Cosa nostra dopo il blitz Summit del 2009.

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CATANIA - C’è massimo silenzio. Anche se le armi rinvenute ultimamente in varie parti della città e dell’hinterland etneo sono l’asticella per capire che i boss rimasti a piede libero sono pronti a tutto. Quartiere per quartiere, paese dopo paese, dal mare all’Etna si cerca di riassettare le fila dopo la pesante scure che si è abbattuta su Cosa nostra qualche mese fa. Ma per delineare i nuovi e fragili equilibri è necessario cristallizzare un dato: la forza del cognome ha un peso nella scelta dei capi. Ma se a questo non corrisponde anche un pedigree criminale di un certo spessore, il rischio è di essere surclassati. Nel 2016 l’eredità di Nitto sarebbe stata affidata a Francesco Santapaola, figlio di Turi Coluccio, il cugino del padrino di Catania.

Ma cosa è successo negli ultimi dieci anni? Cosa nostra si è dovuta ricostruire dalle ceneri. Le ceneri generate dal blitz "Summit" nel 2009. Quando i carabinieri hanno fatto irruzione in una villetta di Belpasso e hanno arrestato il gotha della famiglia catanese di Cosa nostra. L’ex ‘cavadduzzu’ Santo La Causa in quella villetta aveva convocato i massimi vertici della mafia catanese e anche i possibili alleati nella guerra ai Cappello-Carateddi. Finiscono tutti in manette: Santo La Causa, Carmelo Puglisi (detto Melo ‘u suggi’), Enzo Aiello, fedelissimo di Nitto Santapaola (appena condannato nel processo Iblis dalla Cassazione), Venerando Cristaldi (fedelissimo, insieme al fratello Salvatore, dell'ergastolano "Carletto" Campanella, rais storico di Picanello), il rampollo Ignazio Barbagallo, che controllava all’epoca gli affari a Belpasso, Camporotondo e San Pietro Clarenza, Francesco Platania, responsabile per il rione San Cristoforo di Catania, e Rosario Tripoto, tra i vertici di Picanello. E tra i presenti c’era anche Sebastiano Laudani, reggente dei Mussi i Ficurinia. Poche settimane dopo l’irruzione dei carabinieri nella villetta, Ignazio Barbagallo decide di vuotare il sacco ai magistrati. A prendere lo scettro del comando, dopo quella retata storica, sarebbero stati gli uomini d'onore Daniele Nizza, Benedetto Cocimano e Orazio Magrì.

Santo La Causa diventa collaboratore di giustizia qualche anno dopo ed è terremoto nella mafia catanese. È soprattutto Enzo Aiello a pagare lo scotto delle rivelazioni del super pentito. Le sue dichiarazioni poi hanno portato alla condanna definitiva all’ergastolo di Enzo Aiello per l’uccisione di Angelo Santapaola, il cugino del padrino Nitto. Punito per aver scelto di fare il ‘cane sciolto’. Nemmeno il suo cognome lo ha salvato.

Un episodio questo che è stato “ricordato” qualche mese fa da Antonio Tomaselli, il nuovo responsabile della "carta” dei Santapaola dopo che Francesco “coluccio” Santapaola e Angelo Marcello Magrì, fratello dell’uomo d’onore Orazio, sono stati arrestati nel 2016 nel blitz Kronos.

Tomaselli avrebbe i suoi uomini di fiducia: Carmelo Cristian Fallica, "portavoce” del boss, Carmelo Distefano, referente di Lineri, Luca Marino, ai vertici di San Giovanni Galermo, e Salvatore Fiore (‘ciuri’), anche lui della squadra di Marino. Per completare lo scacchiere di San Giovanni Galermo si devono fare i nomi di Salvatore Gurrieri, detto il puffo, e dei fratelli Arturo e Vincenzo Mirenda.

E ancora una volta i legami criminali con i boss storici hanno un peso nella distribuzione del comando: Carmelo Distefano è infatti il capo di Lineri forte del suo legame con il suocero Carmelo Rannesi. Un cognome che fa tremare in quella porzione di terra, da Lineri a Belpasso, regno fino agli anni ’90 del Malpassotu, Giuseppe Pulvirenti, dove i fratelli Rannesi (Girolamo, Salvatore e Carmelo) hanno militato. Carmelo Rannesi era stato scarcerato  non da molto. Ma la cella si è riaperta ben presto per lui. La sorte di Carmelo Aldo Navarria avrebbe dovuto fare da monito. Esce dal carcere dopo oltre 20 anni (avrebbe dovuto scontare l’ergastolo per omicidio) e torna dietro le sbarre in pochi mesi. Ora è diventato collaboratore di giustizia, ma il suo nomignolo di “spazzino” del Malpassotu lo ha rispettato in toto con l’omicidio di un imprenditore: strangolato, ucciso e bruciato.


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