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Chiude la libreria Prampolini
Cala il sipario su un pezzo di città

Catania, libreria Prampolini, Cronaca

La notizia arriva dalla pagina Facebook ufficiale tra le lacrime, condivisioni e i commenti di follower rimasti evidentemente disorientati.

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CATANIA - Prossima fermata capolinea, o lì vicino. “La libreria Prampolini è chiusa per inventario e in seguito sarà messa in vendita al miglior offerente! Interessati?”. L’annuncio arriva dalla pagina Facebook ufficiale tra le lacrime, condivisioni e i commenti di follower rimasti evidentemente disorientati. E c’è da comprenderli. Con i suoi 124 anni di storia e l'arredo proveniente da un’altra epoca, la Libreria Prampolini è sicuramente la più antica di Catania. Un luogo senza dubbio storico. Un passo lì dentro vale quanto una viaggio nella Delorean di Ritorno al futuro.

In attesa però che la macchina del tempo sia brevettata, il sipario rischia di calare definitivamente su un pezzo di città. È sempre una pena quando una libreria chiude i battenti, a Catania come altrove. “Auguriamoci che non sia un addio – è la rassicurazione social – La libreria, con tutto il suo patrimonio di volumi, è al momento in vendita e non si prevede a breve l'apertura di un'altra sala scommesse. La nostra scommessa è che venga rilevata da un privato o da una cordata di volenterosi (come finora è stata gestita) e la Prampolini continuerà a vivere, con tutti i necessari aggiustamenti e cambiamenti che il/i nuovo/i proprietari/o riterranno opportuni”. Già, ma potrebbe andare anche diversamente.

La chiusura della Prampolini come simbolo di un mondo in estinzione. Quello delle librerie appunto: sempre meno in città, mentre in provincia è quasi un deserto. Le poche che resistono sembrano quei soldati giapponesi rimasti a difendere la propria postazione inconsapevoli della resa imperiale. Forse è vero che si legge sempre meno e che è sempre più internet a soddisfare la sete di conoscenza dei più; ma il rapporto di forza tra le vecchie botteghe librarie e il dilagare degli store di catena, ormai, è troppo sbilanciato. Mettiamola cosi: se i centri commerciali hanno sfiancato molte piccole imprese familiari, i monomarca hanno spazzato via ogni altra forma di concorrenza, per non dire resistenza.

Se poi chiude un salotto storico, va da sé, la questione non può non toccare – oltre il mondo dei lettori – la città in quanto tale. Perché di posti così, non ce ne sono più. Che fine faranno quei testi, quegli arredi? Che se ne farà il prossimo proprietario di tutto quel capitale immateriale? Chiedere l’intervento della politica avrebbe il sapore del qualunquismo più pruriginoso. Vade retro, che è meglio. Arrivati a questo punto, solo un’idea “moderna” potrà salvare quello scrigno della memoria.


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