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Tre omicidi di mafia

Palermo, Saitta, Rizzotto
Cosa nostra non perdona

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La scena del crimine dell'omicidio Palermo, ucciso nel 2009

Le motivazioni della sentenza che ha portato alla condanna all'ergastolo di Daniele Nizza e di Orazio Magrì.

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CATANIA - Ci sarebbe stata la sete di vendetta dietro l'omicidio di Franco Palermo, ucciso il 27 settembre 2009 in via Caronda, ma anche la necessità di evitare perdite all’interno della cosca Santapaola. Perché pare che l'esponente dei Cursoti stesse informandosi di dove abitava Orazio Magrì e questo è bastato ai boss di Cosa nostra per pensare che stesse progettando di ucciderlo. È un retroscena che emerge leggendo le motivazioni della sentenza emessa dalla Corte d’Assise di Catania che ha condannato all’ergastolo per questo omicidio l’uomo d’onore Daniele Nizza. Il difensore, l’avvocato Salvo Pace, ha già annunciato il ricorso. Oltre cinquanta pagine in cui i giudici ripercorrono quanto è emerso nel corso del dibattimento. Analizzate una per una le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia che convergono sui nomi dei mandanti e degli esecutori. Palermo è stato ammazzato dopo Nicola Lo Faro, anche lui boss dei Cursoti ucciso una mattina del 2009 dal gruppo di fuoco dei Carateddi. I due avrebbero avuto la cattiva idea di assassinare Giuseppe Vinciguerra, cugino acquisito di Orazio Magrì, elemento di spicco della famiglia catanese di Cosa nostra. I processi ci raccontano che dall'ottobre 2009, dopo l’arresto di Santo La Causa, avrebbe retto le redini dell’intera cosca insieme a Daniele Nizza e Benedetto Cocimano. La Causa è stato chiaro: quando ha saputo che Palermo si stava informando di dove stava Magrì, lui e Carmelo Puglisi, Melu suggi, hanno decretato la sua condanna a morte. E hanno dato l’incarico di ammazzarlo proprio a Magrì. I tre sono già stati condannati in un altro procedimento. La Causa, poi, avrebbe saputo che Orazio Magrì si sarebbe organizzato con Daniele Nizza e Rosario Lombardo. Il secondo avrebbe avuto il ruolo di staffetta, mentre il primo lo avrebbe accompagnato con lo scooter. Ma il giorno dopo La Causa avrebbe ricevuto da Magrì diverse lamentele sul conto di Daniele Nizza. Mentre sparava la pistola si sarebbe inceppata e Daniele Nizza sarebbe rimasto sulla moto senza intervenire. Ma che Nizza non avrebbe la stoffa del killer lo ha detto anche il fratello Fabrizio, che ha spiegato come la notizia che Daniele avesse partecipato al delitto lo aveva sorpreso. Era stato poi lo stesso Daniele a spiegargli “che non aveva potuto lasciare solo Magrì”. La difesa ha cercato di scalfire l’attendibilità delle dichiarazioni di Fabrizio Nizza evidenziando che l’ex boss di Librino ha letto, come lui stesso ha ammesso in fase di controesame, l’ordinanza Fiori Bianchi nella quale sono contenute le dichiarazioni di Santo La Causa sull’omicidio Palermo. Per la Corte d’Assise però questo particolare non “compromette l’autonomia genetica” delle rivelazioni del collaboratore. I giudici evidenziano che le esternazioni del Nizza sono molto più generiche rispetto a quelle di La Causa e inoltre il pentito ha riportato un particolare inedito rispetto a quegli atti giudiziari. E cioè l’utilizzo dei motorini SH. Gli elementi emersi nel corso del processo, oltre alle dichiarazioni di altri collaboratori di giustizia, hanno portato i giudici a riconoscere Daniele Nizza, oltre ogni ragionevole dubbio, colpevole dell’omicidio di Franco Palermo.

Daniele Nizza, inoltre, al termine dello stesso processo è stato condannato all’ergastolo per l’omicidio di Lorenzo Saitta, cugino omonimo del boss santapaoliano, detto Salvuccio U Scheletro. Il suo cadavere non è mai stato trovato. È scomparso il 6 dicembre del 2006. Un delitto che sarebbe stato ordinato da Daniele Nizza al fratello Andrea (già condannato a 30 anni in primo e secondo grado) per dare una lezione al boss Saitta che si sarebbe permesso di dire dal carcere che appena sarebbe stato fuori avrebbe fatto “la cinquina”, avrebbe cioè ucciso i 5 fratelli Nizza. Per ritorsione, il cugino sarebbe stato attirato in un garage del viale Moncada (o al civico 6 o 10) con la scusa di assaggiare una partita di cocaina. Andrea Nizza poi avrebbe sparato un colpo di fucile. Il corpo sarebbe stato seppellito tra i terreni incolti di Librino. È Fabrizio Nizza a raccontare che l’ordine di sparare a Saitta lo avrebbe dato Daniele. Lo avrebbe saputo dal fratello stesso. Lo avrebbe tranquillizzato dicendo che la colpa non sarebbe caduta su di loro. Infatti la morte di Lorenzo Saitta sarebbe stata decisa dopo una lite in un bar di San Cristoforo tra Lorenzo Saitta e Angelo Santapaola, a cui - secondo Daniele - avrebbero addossato la colpa. Il collaboratore di giustizia Salvatore Cristaudo, ascoltato nel corso del dibattimento, ipotizza il ruolo di mandante di Daniele Nizza, in quanto l’unico, essendo il capo del gruppo, che poteva ordinare un omicidio. Davide Seminara, invece, ha raccontato di aver raccolto le preoccupazioni di Andrea Nizza dopo la notizia della volontà di Fabrizio di collaborare con la giustizia. E dava la colpa ai fratelli che gli avevano fatto commettere quell’omicidio appena diciottenne. “Indicazioni questa non generica - scrivono i giudici - né derivante da voci correnti o pettegolezzi all’interno del gruppo, bensì scaturente dalla conoscenza specifica che avevano del ruolo ricoperto da ciascuno dei fratelli Nizza all’interno del gruppo”.

Il terzo omicidio affrontato nel processo è stato quello di Giuseppe Rizzotto, “u ciareddu”, scomparso il 14 settembre del 2011. Il boss del Villaggio Sant’Agata sarebbe stato ammazzato per una tensione storica tra i Santapaola e gli Ercolano. E anche perché avrebbe cercato di piazzare droga a San Giovanni Galermo, terra all’epoca dei Nizza. Rizzotto non sapeva però che la donna che stava cercando di portare dalla sua parte era legata al collaboratore di giustizia Davide Seminara, ex luogotenente dei Nizza ed ex responsabile delle piazze di spaccio di San Giovanni Galermo. Un passo falso che lo porta all’appuntamento con la morte. Fabrizio Nizza gli avrebbe puntato la pistola chiedendo spiegazioni, ma Orazio Magrì spazientito avrebbe preso l’arma e fatto fuoco. Poi i fratelli Cristaudo avrebbero seppellito il corpo mai più ritrovato. Salvatore Cristaudo, diventato pentito alcuni anni fa, ha portato i carabinieri nel luogo dove sarebbe stato sepolto. Ma sono stati trovati solo residui di sacchi neri, forse quelli con cui sarebbe stato avvolto il corpo di Rizzotto. Alle parole di Cristaudo si sono unite anche quelle di Fabrizio Nizza, reo confesso e condannato a 10 anni. Per Orazio Magrì la Corte d’Assise ha decretato il carcere a vita.

 


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