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Il punto

Il calcio metafora della città
Quant'è lontana la rinascita?

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Da Catania passa l'ennesimo treno che sa di speranza. Ma non è detto che ci faremo trovare in orario sul binario.

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CATANIA. C’è stato un tempo, ovvero appena una manciata di anni fa, che Catania aveva dimenticato il suo caos e il suo disordine. Evitava di guardarsi allo specchio. Di riconoscere la sua profonda crisi d’identità. Di dannarsi della sua sporcizia e della piaga di una miseria che si nascondeva a fatica.
C’era un pallone che aveva portato la città in alto. Ed andava bene così. Tanto bastava.
La caduta dall’Olimpo degli dei era, però, tornata a scoprire il nervo pulsante.

Roba da corsi e ricorsi storici. La verità è che probabilmente nemmeno il più talebano tra i sostenitori rossoazzurri ci avrebbe scommesso una monetina. Persino tra noi giornalisti, pronti a cavalcare anche lo spiraglio più invisibile di una quasi notizia, c’era scetticismo. E, invece, è accaduto. E’ successo che la Serie B sia arrivata nonostante in una sera afosa di due mesi fa siamo usciti via dal Massimino, al termine di centoventi minuti di battiti e mani al cielo, di padri e figli con le sciarpe in mano, aggirando i tornelli e maledicendo i calci di rigori e tutta la discendenza di chi li ebbe a inventare.
E’ successo, allora, che il Catania torna perlomeno a fare anticamera del calcio che conta. La porta principale è lì davanti. Ma c’è tempo. Ah, se c’è tempo per arrivare ad aprirla.

Catania resta la stessa di quella manciata di anni fa. Ma ha ritrovato il pallone. Possibile che, stavolta, la notizia possa essere quella che questo inatteso entusiasmo sia il bambinello che porta la speranza in una città che è ancora nel caos, nella sporcizia e nel disordine?
E’ possibile. Forse, senza alimentare illusioni, è possibile sul serio.
E non volendo uscire dal seminato del pallone, è chiaro che per riuscirci occorrerebbe almeno un pò di quell’amalgama invocato dall’indimenticabile presidente-condottiero Angelo Massimino: una Catania che unisca il tanto che ha di buono. Che unisca il sentimento di riscatto. Che unisca la voglia di prendere a calci nel deretano chi ancora punta alla spartizione e al clientelismo. Che unisca le lacrime e i sogni di Catania in una concretezza finalmente spietata. Che ritrovi, appunto, il suo amalgama.

In fondo, noi siamo quelli che dopo esserci fatti la bocca buona con un trio del tipo Barrientos-Bergessio-Gomez (ah, il Papu...) siamo sopravvissuti al dover ingoiare il boccone amaro del passaggio alle falde dell'Etna di uno come Pablo “Attila” Cosentino.
Cosa volete che sia tutto il resto? Cosa volete che possa spaventarci?

Ilarità a parte, per Catania sta per passare l’ennesimo treno che promette la rinascita. E (qui il pallone non c’entra) la partenza dal binario sarà in orario. Non farsi trovare puntuali all’appuntamento sarà la fine di ogni speranza per la città.
In quella che è sempre una accattivante metafora col calcio.


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