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L'analisi

Dissesto, da Stancanelli a Bianco
Chi è responsabile del default?

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Ecco cosa dice la Corte dei Conti.


CATANIA - Chi paga? Oltre i cittadini, certo. La domanda che segue lo stupore per la tegola rappresentata dalla nota della Corte dei Conti che di fatto evidenzia come Catania abbia tutte le condizioni per andare in dissesto, è questa. Non solo per le conseguenze riservate a chi provoca materialmente il dissesto - impossibilità di candidarsi per 5 anni, ad esempio - ma anche per la gestione squisitamente politica della vicenda, che nasce con Raffaele Stancanelli sindaco, prosegue con Enzo Bianco e termina - a meno di accoglimento del ricorso annunciato ieri da sindaco e vicesindaco - con Salvo Pogliese. In queste ore, infatti, i protagonisti della vicenda che inizialmente avevano tenuto i toni bassi, li hanno progressivamente alzati dando vita a uno scambio di accuse, seppur velate.

Una questione spinosa, che la Corte dei conti non aiuta a districare, nella lunga relazione e che si alimenta delle comunicazioni inviate sull’argomento che, di fatto, mettono l’uno contro l’altro gli ex amministratori - uno dei quali, l’autore del piano di riequilibrio del Comune di Catania, oggi è il numero due del primo cittadino.

Di chi è la responsabilità del dissesto, dunque? Stando alla relazione dei giudici contabili, gli elementi di criticità si troverebbero sia al momento della redazione del Piano di riequilibrio, che nell’esecuzione dello stesso. Cose che, congiunte, hanno portato a superare i parametri di deficitarietà e dunque a una condizione strutturale di squilibrio. Cosa che può portare la Corte dei conti, come prevede la stessa norma che consente la procedura di pre dissesto, “in caso di accertamento di un grave e reiterato mancato rispetto degli obiettivi del piano, ad attivare la procedura per la dichiarazione di dissesto dell’ente”.

Le verifiche semestrali dei giudici contabili hanno sin da subito evidenziato alcune condizioni che non consentivano al piano di rientro di essere sostenibile. Il fatto che non siano stati apportati correttivi, da un lato, e l’aggravarsi della situazione contabile dell’ente, però hanno peggiorato la situazione. Perché se è vero che il Piano lo ha redatto l’amministrazione Stancanelli, è altrettanto vero che quella Bianco lo ha fatto proprio, quando avrebbe potuto modificarlo. Il fatto che lo abbia fatto successivamente, non ha valore, dal momento che del documento rimodulato non si sono avute più notizie da quando, approvato, è stato inviato a Roma.

Dunque è il piano di riequilibrio di Roberto Bonaccorsi a non avere retto. E questo non solo per l’assenza di alcuni dati - su cui relaziona puntualmente la Corte - ma anche per il fatto che, in questi anni, le condizioni dell’ente sono peggiorate. Anche se sembra questo l’aspetto più evidente nell’accelerare il default di Palazzo degli Elefanti. “La Sezione ha proceduto - si legge nel documento - alla verifica del piano di riequilibrio relativo all’anno 2013 e, con la successiva deliberazione, alla verifica relativa al primo semestre 2014, evidenziando, con le pronunce adottate, gli scostamenti rilevati rispetto alla programmazione originariamente contenuta nel piano. in sede di verifica sull’andamento del piano di riequilibrio relativa al secondo semestre 2014, ha accertato il grave inadempimento degli obiettivi intermedi fissati dal piano, riservando ulteriori valutazioni all’esito delle successive verifiche.

La successiva deliberazione, ha accertato, con riferimento all’esercizio 2015, l’aggravamento della condizione dell’ente e, al tempo stesso, ha riscontrato che, al momento dell’approvazione del piano di riequilibrio, la rappresentazione dei fattori di squilibrio scaturenti dalle passività esistenti e da quelle potenziali è stata in modo evidente sottostimata”.

La nota della Corte prosegue nell’illustrare nel dettaglio tutte le criticità. A cominciare dall’ammontare del disavanzo, “Con riferimento al disavanzo di amministrazione è stato rilevato che la consistenza dello stesso è risultato in costante aumento negli ultimi anni, disattendendo i risultati programmati con il processo di risanamento avviato attraverso l'approvazione del piano di riequilibrio finanziario e celando una rivisitazione straordinaria dei residui che non è stata compiuta in maniera puntuale, sia al momento del ricorso alla procedura di riequilibrio pluriennale, sia al momento dell'introduzione del regime di contabilità armonizzata nel 2015”.

Rilevanti criticità hanno riguardato, inoltre, le modalità di ripiano del disavanzo di amministrazione, sia quello indicato nel Piano che quello emerso successivamente. “L’ente, infatti, aveva dapprima previsto di garantire la copertura del nuovo disavanzo con le risorse provenienti dalle alienazioni immobiliari inserite nei bilanci previsionali e, successivamente, a seguito del mancato realizzo di dette entrate, con le risorse liberate dalla rinegoziazione dei mutui. Tale operazione - si legge - risulta compiuta in assenza di una delibera di ripiano del disavanzo generato nel triennio 2012-2014”.

E ancora, la questione debitoria. La Corte scrive di “incertezza nella rappresentazione effettiva dei debiti da ripianare, che si sono rivelati sottostimati, sia in riferimento a quelli inseriti nel piano di riequilibrio pluriennale approvato da questa Sezione, sia con riferimento a quelli successivamente emersi e in parte oggetto di rimodulazione, attesa l’ulteriore insorgenza di debiti alla data del 31.12.2016, e, in sede di approvazione del rendiconto 2016, alla data del 26.07.2017. Il fenomeno sopracitato diviene patologico in considerazione della circostanza che l'importo dei suddetti debiti si presenta in continua evoluzione esponenziale”.

Parte dei quali deriva dal rapporto con gli organismi partecipati “nei confronti dei quali l’esposizione debitoria si presenta incerta per la dimensione quantitativa e, in ogni caso, notevolmente sottostimata”. I giudici parlano di “assenza di trasparenza e veridicità del piano di riequilibrio in esame per l'incompleta ricognizione debitoria a suo tempo compiuta”, e dell’”incapacità dell'ente di far fronte, nei termini, agli adempimenti assunti, con la conseguente emersione, in ogni esercizio finanziario, di una consistente mole di contenzioso che si traduce, poi, in debiti fuori bilancio”.

Questi, al momento dell’approvazione del Piano ammontavano a circa 94 milioni di euro: “Alla data del 31.12.2014 l'esposizione debitoria del comune di Catania risultava notevolmente incrementata, attestandosi a circa 131,1 milioni di euro. Alla stessa data l'ente aveva ottenuto l'anticipazione di liquidità dalla Cassa Depositi e Prestiti, ai sensi del decreto legge n. 35 del 2013 - il cosiddetto DL 35 - per un totale di 182,5 milioni di euro con la quale aveva provveduto a pagare i debiti maturati nei confronti degli organismi partecipati per un importo complessivo pari a circa 104 milioni di euro, una gran parte dei quali nei confronti della municipalizzata AMT in liquidazione. In sede di monitoraggio per i due semestri dell'esercizio 2015 e, da ultimo, in sede di controllo finanziario, con riferimento ai rendiconti per gli esercizi 2015 e 2016, l'esposizione debitoria dell'ente si è ulteriormente incrementata fino all’importo di debiti fuori bilancio da riconoscere pari a 79,9 milioni di euro mentre i debiti della società Sidra non ancora asseverati, aumentavano fino a 43,7 milioni di euro”. Insomma, un aumento costante anche degli importi dovuti, ad esempio, a Sidra, il cui credito nei confronti di Palazzo aumenta di 2 milioni”.

E la questione partecipate sembra sia fondamentale per tingere ancora più di rosso i conti del Comune. La corte ritorna sulla questione Amt e sullo spostamento dei milioni per il pagamento dei creditori sul conto del Comune per pagare la spesa corrente. Nel documento si parla di “irregolarità contabile, quella relativa al mancato utilizzo delle risorse provenienti dall'anticipazione di liquidità erogata dalla Cassa Depositi e Prestiti destinate al pagamento dei debiti di Amt in liquidazione, atteso che una parte delle risorse, pari a 44 milioni di euro, sono risultate nella disponibilità di cassa della municipalizzata e non sono state utilizzate dal commissario liquidatore per il pagamento dei debiti esistenti nei confronti dell'erario e dell’Inps". Decisione, questa, che ha “generato ulteriori sanzioni e interessi a carico dell’ente". E poi ancora accordi transattivi con creditori che non risultano, “non sono stati mai prodotti - si legge - seppur richiesti, in sede di verifica del piano di riequilibrio e che una consistente parte dei debiti fuori bilancio emersi dopo l'approvazione del piano costituisce già oggetto di accordi transattivi”.

Insomma, se il Piano del 2013 presentava numeri non proprio aderenti alla realtà, la gestione dello stesso avrebbe aggravato la situazione. E questo, nonostante l’ex sindaco parli di risanamento. “I giudici contabili di Palermo evidentemente non hanno ritenuto sostenibile il piano di risanamento in vigore, approvato nel 2012 dall’amministrazione Stancanelli, ma non hanno tenuto conto degli sforzi compiuti da Catania e dai catanesi in questi anni - scrive Enzo Bianco: il taglio dei trasferimenti nazionali e regionali (41 milioni in meno su base annua dal 2012), un’azione di trasparenza con l'emersione di centinaia di milioni di euro di debiti e contenziosi legali, l'azzeramento dei fitti passivi, la puntualità nei pagamenti dei dipendenti comunali e la diminuzione addirittura dell'80% dei tempi di attesa per i pagamenti ai fornitori. Non possiamo consentire, quindi, che azioni virtuose come portare alla luce i debiti nascosti, pagare con puntualità, risparmiare soldi pubblici e rendere trasparente il bilancio, alla fine portino al dissesto: sarebbe un paradosso pericoloso e ingiustificabile. Superando chi in passato ha lavorato irresponsabilmente per il fallimento del Comune - conclude - adesso occorre difendere la città a tutti i costi”.

Posizione ribadita dall’ex assessore al Bilancio, Salvo Andò. “L’altro elemento é stato l’enorme massa debitoria che abbiamo portato alla luce con un’azione di trasparenza senza precedenti - afferma in una nota. Un esempio su tutti l’emersione di vecchi debiti fuori bilancio che abbiamo certificato e pagato grazie ai DL 35 e 78: ben 192 milioni di euro a 500 aziende creditrici del Comune, molte delle quali catanesi. Dal 2014, inoltre, abbiamo concluso transazioni per circa 40 milioni per contenziosi non considerati dal precedente piano. Tali negatività, peraltro, sono state da noi inserire nella rimodulazione del piano realizzata nel 2016. Insomma - continua - il piano del 2012 era relativo a 527 milioni di euro, ma la cifra effettiva che la città ha dovuto affrontare riguardava ben 800 milioni. Il peggioramento dei conti evidenziato dalla Corte si riferisce, dunque, a tutte le criticità che abbiamo fatto emergere, oltre che alle nuove normative del bilancio armonizzato in vigore da quest’anno, che hanno inciso in maniera determinante sugli accantonamenti e sul calcolo del Disavanzo, comunque ampiamente coperto dalla ripartizione trentennale in vigore di 551 milioni di euro”.

Eppure sembra che la scure della Corte si abbatta proprio sugli anni della gestione Bianco che, come affermato dall’ex sindaco Stancanelli, avrebbe potuto rimodulare subito il Piano di riequilibrio. “Noi lo abbiamo approvato un piano di riequilibrio che l’ amministrazione Bianco da fatto proprio - afferma - e non è riuscito ad adempiere a quanto prescritto”.

Questione su cui interviene anche Roberto Bonaccorsi. “A fronte del rispettoso atteggiamento tenuto oggi dal sindaco Pogliese e dal sottoscritto per il traumatico evento del dissesto finanziario, lasciano sinceramente stupefatti le dichiarazioni dell’ex sindaco Bianco e dell’ex assessore Andò - dichiara. Forse il silenzio sarebbe stato più appropriato anche alla luce dei contenuti della delibera della Corte e indurre i protagonisti degli ultimi anni di governo a maggiore cautela. Non mancheranno le sedi del confronto con la città, in primis in consiglio comunale, per individuare errori, responsabilità e modalità di gestione”.

Intanto tutte le forze produttive, politiche, sociali e sindacali chiedono di attivarsi per evitare il dissesto che, al netto delle beghe tra gli amministratori, saranno i cittadini a pagare.


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