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I "Carcagnusi" alla sbarra
Tutte le richieste di pena

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La pena più pesante per il capomafia Sebastiano Mazzei.

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CATANIA - Non ha fatto sconti la pm Tiziana Laudani. I vertici del clan Mazzei di Catania, imputati nel processo scaturito dall'inchiesta Ippocampo, rischiano pesanti condanne. Per
Nuccio Mazzei, considerato il naturale erede del padre Santo a capo del clan dei Carcagnusi, la magistrata ha chiesto al Tribunale la condanna a 30 anni di reclusione. Per Giovanni Galati Massaro la richiesta invece è stata di 21 anni di carcere. Sono 17 gli anni chiesti dalla pm per Prospero Riccombeni. Pena più lieve quella chiesta per il fedelissimo cognato Gaetano Intravaia: 13 anni di reclusione.  Dieci anni invece per mamma Rosa Morace, moglie del padrino Santo legato al boss palermitano Leoluca Bagarella. Dieci anni anche per Gaetano Pellegrino, protagonista di quella intercettazione in cui parlando con la moglie del capomafia si dice pronto ad uccidere in nome di Nuccio. Avrebbe ucciso addirittura la moglie, se solo Nuccio glielo avesse chiesto. Pellegrino, detto U Funciutu, è quello che ha causato non poche preoccupazioni al fratello consigliere comunale Riccardo, che dopo aver superato con un'archiviazione della Procura i sospetti sollevati dall'Antimafia regionale, ha deciso di candidarsi per la poltrona di sindaco di Catania. 

Ma torniamo alle richieste di pena. La magistrata Tiziana Laudani ha chiesto dieci anni per Michele Di Grazia, due anni e otto mesi per Silvana Aulino e Mario D'Antoni. Chiesta invece al tribunale l'assoluzione per il figlio di Nuccio Mazzei, Santo accusato di intestazione fittizia. Assoluzione chiesta anche per Nerina D'Antoni e Piergiuseppe Pennisi.

La pm della Dda di Catania ha sviscerato punto per punto per quasi quattro ore, nell'aula Santoro del Palazzo di via Crispi, i tasselli dell'inchiesta della Dia Ippocampo, scattato nel 2014. I Carcagnusi (così è definito il clan) avrebbero stretto rapporti con le 'ndrine della Piana di Gioia Tauro per un grosso traffico di stupefacenti. Inoltre avrebbero innescato un sistema economico di scatole cinesi di intestazioni fittizie che sarebbero servite a eludere eventuali sequestri da parte della magistratura.


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