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il processo "Gatto Selvaggio"

Turi Catania boss di Bronte
Summit con emissari dei Lo Piccolo

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Il pentito La Causa: "Catania era a capo del gruppo di Bronte". Intercettazioni e verbali che "blindano" l'apparato accusatorio sostenuto dal pm Jole Boscarino.

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CATANIA - Il processo lo sta seguendo a piede libero. Salvatore Catania, conosciuto nella terra del pistacchio come Turi, sarebbe il capo indiscusso della mafia di Bronte. Almeno fino al 2008 sarebbe stato lui a reggere il gruppo di Santapaoliani che controllavano gli affari illeciti di quel quadrilatero che partiva da Bronte e si espandeva - con alleanze e accordi - fino ad Adrano e Paternò. E' lui l'imputato chiave del processo scaturito dall'inchiesta "Gatto Selvaggio" che nel 2011 smantellò la cellula brontese di Cosa nostra catanese. E mentre il filone abbreviato è arrivato ad una sentenza definitiva, il rito ordinario dopo anni di udienze è finalmente alla fase cruciale con la requisitoria e la richiesta di pena a 15 anni di carcere per Catania presentata dal pm Jole Boscarino al collegio giudicante. Il turno della difesa, rappresentata dall'avvocato Mario Brancato, è fissato per il 4 novembre.

Aveva frequentazioni "sospette" Salvatore Catania. I Ros (nell'inchiesta Iblis) lo "immortalano" in un bar di Paternò mentre si incontra con Vincenzo Aiello, rappresentante provinciale dei Santapaola e due emissari di Salvatore e Sandro Lo Piccolo (ddi carusi dda Palermo). Le telecamere nascoste riprendono il "summit" a cui partecipano Fausto Seidita, fratello di Giancarlo, reggente del mandamento Cruillas–Noce di Palermo e Massimo Giuseppe Troia, affiliato della famiglia di San Lorenzo. Il Colonello Arcidiacono del Ros durante il suo esame fornisce particolari indicazioni su quell'incontro al bar di Sferro, in cui era presente anche Franco Costanzo, responsabile mafioso di Palagonia e Franco Amantea, del gruppo di Paternò. I dialoghi intercettati tra Aiello e Catania in un primo momento non sono chiari, in un passaggio l'imputato racconta di "Nuccio della famigghia" che era stato scarcerato e che chiedeva un incontro con uomini della Cupola. Gli accertamenti degli investigatori chiariscono che il riferimento di Nuccio fosse a Nuccio Finocchiaro scarcerato da una decina di giorni. "Un incontro dall'importanza evidente - sottolinea la pm Boscarino - in quanto Catania si recava nel bar frequentato da Aiello e punto di incontro con gli uomini mandati dai Lo Piccolo per parlare con il boss di vicende associative. Catania non è ancora uomo d'onore ma per i vertici è già così affidabile da poter incontrare soggetti dello spessore criminale di Aiello".

Turi Catania fu fatto uomo d'onore. E' lo stesso Santo La Causa a raccontarlo durante il suo esame in video conferenza. L'ex reggente della cosca santapaoliana localizza "il battesimo" del boss tra la fine del 2007 e inizio 2008. Tutto è da posizionare a livello cronologico dopo l'assassinio di Angelo Santapaola: il figlio di Nitto Enzo ordina di riorganizzare l'associazione prendendo persone serie e meritevoli dai paesi. Fu La Causa il padrino di Catania. Il collaboratore di giustizia non vacilla nel parlare dell'imputato. "Il clan Santapaola aveva nel paese di Bronte un gruppo con a capo Salvatore Catania, una delle pochissime persone serie che ho mai conosciuto". E' stato affiliato con il rituale mafioso dell'uomo d'onore" (La pungiuta). Persona affidabile? Alla domanda del sostituto procuratore Boscarino La Causa spiega che "la serietà nasceva dal fatto che non nascondeva i soldi delle estorsioni ma consegnava puntualmente alla famiglia, Carmelo Puglisi prima e Ignazio Barbagallo dopo, la metà dei soldi riscossi". Anche il pentito Barbagallo parla di Turi Catania. "Era noto a tutti che era lui il referente dei Santapaola a Bronte. Me lo hanno presentato Enzo Aiello o Carmelo Puglisi con la frase 'è la stessa cosa' che veniva usata solo quando si trattava di uomini d'onore" .

Dall'inchiesta 'Gatto Selvaggio' emerge lo scenario di quegli anni a Bronte dove per la conquista del potere criminale si era scatenata una guerra tra i Carcagnusi di Santo Mazzei, che avevano come referente Francesco Montagno Bozzone e dall'altra Salvatore Turi Catania, "signore" dei Santapaola - Ercolano. La faida culminò il 22 febbraio del 2007, con il tentativo di omicidio di Montagno Bozzone: l'agguato (fallito) avvenne proprio pochi giorni dopo la sua scarcerazione. Di questa tensione ne parla anche La Causa: Catania gli aveva chiesto aiuto per sedare i contrasti con Ciccio Montagno per il controllo delle estorsioni. L'ex reggente però si defila e lo invita a "sbrigarsela in paese". Catania prova a farlo uccidere ma senza risultati.

Nel processo confluisce un'altra intercettazione proveniente dall'indagine Iblis: è il 16 aprile 2008 a casa del geologo Giovanni Barbagallo, Vincenzo Aiello e Pasquale Oliva, reggente della famiglia di Ramacca, discutevano del furto di un automezzo avvenuto a Troina ai danni di un imprenditore di Castel di Judica che  - da quello che emerge dalle conversazioni - sarebbe stato commissionato da Turi Catania per rispondere ad alcuni problemi che l'imputato aveva avuto con la vittima del furto. In un'altra intercettazione i boss Rosario Di Dio e Oliva parlando della vicenda del trattore rubato si riferiscono al "nostro Turi Catania". Per Jole Boscarino "una frase pronunicata da soggetti di questo spessore criminale" non lascia adito a dubbi sul ruolo di vertice di Turi Catania nella cupola della mafia di Bronte.

 

 




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