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Viticoltori nella morsa del racket
Le minacce del clan Brunetto

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Dalla propria abitazione, monitorata con cimici piazzate dai militari della Compagnia di Randazzo, Vincenzo Lomonaco impartiva ordini e organizzava le richieste di “pizzo”.

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CASTIGLIONE DI SICILIA. Non c’era attività imprenditoriale a Castiglione di Sicilia, frazioni comprese, che non subisse le pesanti richieste estorsive dei referenti dell’area pedemontana del clan Brunetto. Aziende edili impegnate in lavori di ristrutturazione, supermercati, agriturismi ma soprattutto aziende vitivinicole, fiore all’occhiello del settore con marchi di respiro internazionale. A coordinare il florido business era Vincenzo Lomonaco. Sopra di lui solo il boss di Fiumefreddo di Sicilia Paolo Brunetto e, dopo la sua prematura scomparsa, Pietro Carmelo Olivieri, considerato il successore naturale. E’ proprio nel corso di un summit a Giarre con Olivieri ed altri presunti affiliati al clan che Lomonaco, sottoposto alla sorveglianza speciale dopo un periodo in carcere, viene arrestato dai carabinieri e sottoposto ai domiciliari.

Dalla propria abitazione, monitorata con cimici piazzate dai militari della Compagnia di Randazzo, l’uomo continua a impartire ordini e a organizzare le richieste di “pizzo”, dimostrando una profonda conoscenza del territorio e del giro di affari delle aziende. “Li so tutti, in queste aziende ci ho lavorato in tutte le parti, io faccio impianti di vigneti, lo so chi se la passa bene e chi se la passa tinta. L’occhio di riguardo c’è, ce n’è un altro che fa il pilota dell’aerei, acchiappa qualche diciotto mila euro al mese…”. Le cifre imposte erano proporzionate alla solidità dell’impresa e potevano raggiungere in alcuni casi anche 12mila euro l’anno, suddivisi in diverse tranche. Ma non si doveva scendere mai sotto una certa soglia. Era Lomonaco a dirlo: “non è che giriamo…rischiamo noi per prenderci 300 euro…non siamo quelli dei 300 euro…”.

Le modalità per convincere gli imprenditori, non sempre disposti a piegarsi alle richieste, erano sempre le stesse. Prima la classica bottiglia incendiaria, poi iniziavano i danneggiamenti. Il titolare di un’azienda vitivinicola subisce ben quattro chiare minacce estorsive nel giro di pochi mesi. Dopo la bottiglia e l’avvelenamento del cane, inizia la vera e propria conta dei danni, con il taglio di 1000 piante di vitigno, qualità nerello mascalese, e di diversi filari e paletti in legno per il loro sostegno. Per farlo cedere si studiavano altre azioni. “…comunque, lì conviene che da qua sotto o da qua sopra, di scippare tutte cose, gli diamo l’ultima botta”, ordina Lomonaco.

Anche l’uccisione degli animali era un metodo per spingere le vittime a pagare. E’ sempre Lomonaco a spiegare come agire in tal senso. “…Se non ci vuoi sparare…ti porti un’accetta…” oppure “…Poi i cavalli glieli bruci nella stalla…e gli dai fuoco…”. In alcuni casi si procedeva con telefonate e richieste esplicite. E’ uno degli uomoni di estrema fiducia per Lomonaco a dire: “E’ capace che con queste telefonate…da qualche parte…una telefonata…io glielo posso dire…Non te ne diamo pace…puoi chiamare tutto l’esercito che vuoi…gli faccio capire…ci posso credere che questo per dire…si fa fare danno…”

Il timore che qualcuno degli imprenditori potesse rivolgersi alle forze dell’ordine spingeva ad utilizzare a volte qualche accorgimento. Il primo passo era rivolgersi all’azienda e chiedere un posto di lavoro. Dall’interno poi era più semplice mettere a segno le estorsioni. Per colpire l’impresa che si ostinava a non pagare entravano nel mirino del clan anche le aziende che eseguivano lavori edili all’interno della struttura. Sempre Lomonaco minaccia di bloccare i lavori del cantiere: “ne porta un altro e gli brucio l’escavatore là dentro e ne porta un altro; Non mi interessa io domani gli mando tutti a casa, da domani saremo tutti a casa, e poi viene lui domani se ne devono andare tutti a casa domani non ci deve andare nessuno”.

Ma gli imprenditori erano costretti anche ad assumere dipendenti per la cosiddetta “Guardiania”, familiari e amici che monitoravano da dentro le aziende e affiliati ristretti ai domiciliari per consentire loro di usufruire di permessi di lavoro. Lo stesso Vincenzo Lomonaco, dopo aver inviato sollecitazioni tramite un dipendente di un’azienda, telefona all’imprenditore per intimargli di fornirgli una dichiarazione di disponibilità a riassumerlo. “Sugnu cazzaratu, ma non sugnu mottu. Mi deve fare quella carta per favore”, queste le parole rivolte al titolare dell’attività.


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