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La relazione della DNA

Il "codice genetico" di Cosa Nostra
Paternò ritorna "zona di trincea"

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Le pistole sequestrate a settembre a Librino

Mentre a Catania i gruppi criminali hanno stipulato una sorta di "pax mafiosa", nel cosidetto "triangolo della morte" il clima "criminale" è infuocato. Questa la fotografia che emerge dalla relazione della Direzione Nazionale Antimafia. E spunta un tentato omicidio tenuto nel massimo riserbo dagli investigatori.

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CATANIA – E’ un rapporto sfilacciato quello tra i clan catanesi e i mandamenti di Palermo. Una mafia lontana forse dai progetti della Cupola, se non per alcuni affari precisi. La relazione della Direzione Nazionale Antimafia (presentata qualche giorno fa) nell’inquadrare i rapporti con i capimafia palermitani rimarca il tentativo - già in corso da alcuni anni in verità - da parte di alcuni affiliati alla “famiglia” catanese di Cosa Nostra, in parallelo con alcuni dei boss di primo ordine dei Cappello- Carateddi, come Orazio Privitera, i fratelli Bonaccorsi e il nipote Sebastiano Lo Giudice, di creare una seconda “famiglia” di Cosa Nostra che dovrebbe soppiantare i Santapaola – Ercolano.

Cosa Nostra catanese – si legge tra le oltre 700 pagine del report della Dna - gode di una sorta di autonomia istituzionale e gestionale e risulta, allo stato, slegata dai tradizionali vincoli associativi o federativi regionali. Ciò è conclamato, d’altra parte, dall’emersione delle nuove tendenze di alcuni gruppi catanesi (tradizionalmente distinti e distanti da Cosa Nostra) di proporsi come nuovi interlocutori. Una tendenza che però potrebbe rappresentare una miccia di infuocate fibrillazioni tra chi – comunque – a Catania è ancora la cosca predominante a livello di “rispetto” e potere. Perché diciamolo dal punto di vista militare al momento il clan Cappello è quello che “allo stato ha un potenziale superiore”. Ma questo non basta. Di certo i Carateddi “non godono della piena fiducia della casa madre palermitana e non dispongono di un codice genetico mafioso paragonabile a quello della famiglia Santapaola”.

Le nuove leve dei Santapaola comunque si stanno dando da fare. La riserva di armi, quasi come se rappresentasse una sorta di potenziometro criminale, è di ingente pericolosità. Lo dimostra il mega arsenale recuperato a Librino dai Carabinieri a settembre scorso. Un sequestro che è stato rimarcato nella relazione redatta da Carlo Caponcello, proprio nella lettura di una possibile “azione militare” del gruppo (in questo caso) dei Nizza. Un pericolo “assai grave e concreto”.

La mafia catanese fa un po’ mondo a sé rispetto alle altre mafie. E’ un contesto mafioso frammentato dove coesistono diversi clan: Cosa Nostra etnea, strutturata nelle famiglie di Catania, Ramacca e Caltagirone, e i rivali e gli alleati (Laudani, Cappello, Carateddi, Pillera, Cursoti catanesi, Cursoti milanesi, Sciuto- Tigna e Piacenti- Ceusi). Al momento Catania vive un momento di “calma apparente”: le famiglie hanno generato una sorta di ombrello di coordinamento “fondato su patti stabili di ripartizione: una struttura federale e flessibile non formalizzata, ma “catalizzata” da lucrose attività criminali e saldata da interessi operativi congiunti”.

Accordi che si muovono sugli affari tradizionali della mafia catanese, tra questi il traffico di stupefacenti. “Il territorio della città e della provincia” è diviso “in numerose piazze di spaccio” che possono lucrare anche “ventimila euro al giorno”. Per quanto concerne i canali di approvvigionamento il magistrato Carlo Caponcello evidenzia come “allo stato è accertato uno stabile collegamento con fornitori albanesi”. Non si ha invece una contezza così fondante da poter stabilire se c’è una diminuzione del fenomeno del racket delle estorsioni. Il pizzo è ancora il marchio per tracciare i confini di potere ed è una delle fonti di liquidità della mafia. Una criminalità organizzata quella catanese capace di “fare impresa”. Ne è una prova su tutte l’inchiesta Iblis che mostra una connivenza tra imprenditoria, mafia e politica da cui emerge la capacità di Cosa Nostra etnea “di inserirsi nei circuiti economicofinanziari, locali, nazionali ed internazionali, investendovi i proventi delle più svariate attività delittuose, col duplice scopo di incrementarli ulteriormente e nel contempo di ripulirli”. Questa imprenditorialità della mafia ha generato la necessità di “un inabissamento che si traduce in un inferiore ricorso alla violenza in modo da non suscitare allarme sociale e quindi – si legge nella relazione della Dna - limitare interventi repressivi da parte degli apparati dello Stato”.

Una “pax mafiosa” che però non si è concretizzata a Paternò, o meglio nel cosiddetto “triangolo della morte”, che comprende Adrano, Biancavilla e Paternò. Una zona “caldissima” che ha fatto registrare delitti eccellenti, tutti collegati tra loro. Nelle ipotesi degli inquirenti prende corpo uno scenario di epurazione interna e di riassetto interno per la conquista del potere. Si torna a sparare, dunque. Una lunga scia di sangue partita con l’omicidio di Giuseppe Mazzaglia, chiamato Fifiddu, nel 2010. Il 28 ottobre 2013 è stato ammazzato Alfredo Maglia, il 13 gennaio 2014 Agatino Bivona Agatino, due giorni dopo, il 15 gennaio 2014, Nicola Gioco, nipote del Maglia. A Paternò, invece, Salvatore Leanza è stato crivellato sotto casa. Turi Padedda era uno degli esponenti di spicco del clan mafioso che sino agli anni Ottanta faceva capo a Giuseppe Aleruzzo, da poco scarcerato. Pochi giorni dopo i colpi di pistola raggiungono Antonino Giamblanco, uomo di fiducia di Leanza. Una notizia, quella del tentativo di ammazzare Giamblanco (LEGGI), tenuta nel massimo riserbo dagli investigatori e che oggi si apprende grazie alla relazione della Dna.

Le indagini del 2014 oltre ad aver inferto duri colpi alle famiglie permettono di sollevare interrogativi importanti che aprono nuovi scenari di approfondimento. Perché se da una parte Iblis mostra in maniera certosina come i Santapaola cercano di reimpiegare il denaro proveniente dagli affari illeciti, molto si deve ancora ben capire sulle ingenti somme in mano ai Cappello Carateddi. Un flusso di soldi fin troppo ingente per poter essere investito solamente nell’acquisto di armi o per il mantenimento dei detenuti, delle famiglie e dell’assistenza legale.

E i Laudani? Da sempre il braccio armato dei Santapaola. Al momento, emerge dalla relazione, appare “intangibile la tradizionale alleanza fra la famiglia Santapaola e il clan Laudani”. Un silenzio quasi inquietante per una famiglia di killer spietati e senza scrupoli pronti ad uccidere all’arrivo di qualsiasi ordine.

 

 

 


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