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Acciaierie di Sicilia in ginocchio
"Duecento lavoratori in bilico"

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Produzione dimezzata e costi energetici alle stelle mettono in ginocchio la seconda acciaieria del Mezzogiorno. “Se la politica non capisce che bisogna fare presto e sul serio Acciaieria di Sicilia chiude”, denuncia il sindacalista Fiom, Stefano Materia.

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CATANIA – Acciaierie di Sicilia a rischio chiusura. Ci sono vertenze che spazzano via la retorica del costo del lavoro come freno allo sviluppo delle imprese. La storia di Acciaierie di Sicilia fa scuola nel dimostrare che spesso sono ben altre le cause da andare a ricercare. La più grande acciaieria del Mezzogiorno dopo Taranto, che dà da vivere a circa duecento lavoratori, ha dimezzato la produzione negli anni della crisi. All’origine delle difficoltà odierne non c’è soltanto lo stato di crisi del settore, fenomeno riscontrabile a livello nazionale, ma sono presenti due elementi che possono mettere in ginocchio e fuori mercato l’azienda: le materie prime e il costo dell’energia. Attorno a questi cardini e all’intervento della politica regionale ruota il futuro del colosso siderurgico. Lo sanno bene dipendenti (in cassa integrazione ordinaria con circa il 70% dello stipendio in tasca) e sindacati che da luglio protestano e chiedono un segnale chiaro. Se da un lato il mercato del rottame versa in Sicilia in una sorta di giungla sorda alle direttive europee, dall’altro un’anomalia tutta isolana vuole che l’energia elettrica nella nostra regione abbia un costo più esoso rispetto a quello delle altre realtà italiane. A farne le spese sono i duecento lavoratori dell’impresa catanese e il territorio etneo a rischio desertificazione produttiva. Inoltre, lo stato di salute dell’azienda ricade inevitabilmente sull’indotto e sulla ripresa del settore edile. Un circolo virtuoso oggi messo in ginocchio da un depotenziamento dell’attività che a dispetto del ciclo continuo di produzione, che dovrebbe esserle proprio, si ritrova attiva appena quattro giorni a settimana. Ma andiamo con ordine.

Il costo dell’energia non è esattamente una voce di spesa indifferente per un’acciaieria. Il nocciolo della vicenda è il costo del trasporto su rete. A conti fatti, uno stabilimento catanese paga l’energia elettrica il doppio di uno bresciano. Una riproposizione in piccolo di un fenomeno più ampio: l’Italia spende il 20% in più di altri paesi europei il costo dell’energia. I ripetuti richiami delle forze sindacali all’indirizzo dell’assessore Lidia Vancheri, che pure si era impegnata a intavolare una discussione con l’Agenzia Nazionale per l’Energia, non sembrano avere sortito alcun effetto. “Non ci risulta nessun contatto a livello nazionale”, dicono i sindacati. Lo stesso vale per la seconda problematica cioè il rottame, elemento centrale nella produzione di tondo per il cemento armato, cuore del fabbisogno locale e cardine delle operazioni di export.

Il mercato del rottame nell’isola è in piena deregulation e appare sordo alle direttive europee. Azienda e sindacati nei mesi scorsi avevano richiamato la Regione alle proprie responsabilità e gli altri attori istituzionali a un intervento deciso. La premessa è praticamente pleonastica: senza materie prime non si produce. La progressiva diminuzione dell’ afflusso del rottame verso AdS, sceso a 700 tonnellate al giorno contro un fabbisogno di 1800, è un elemento cruciale. In più occasioni i vertici aziendali hanno denunciato l’aggravarsi della situazione (già in caduta libera dal 2013) negli ultimi mesi “a seguito della costituzione della piattaforma logistico/industriale nel porto di Augusta” che, attraverso operazioni tutte da verificare (anche per questo vari dossier d’analisi sono stati inviati alle autorità cittadine al fine di trovare una quadra), offrirebbe “a soggetti privati interessati un formidabile vantaggio competitivo nell’accaparrarsi una buona fetta del business del rottame siciliano”. Il vantaggio nascerebbe “dall’avere un’intera banchina a disposizione in esclusiva ed evitando due passaggi nella tipica filiera del rottame (l’arrivo al centro di lavorazione e la successiva ripresa e spedizione al porto in coincidenza con l’arrivo della nave per il carico) ”. “Questo vantaggio – scrivono i vertici aziendali- si è tradotto in un immediato e rapidissimo sviluppo del traffico del rottame a discapito di AdS che, nel giro di qualche mese, ha visto dimezzarsi l’arrivo di rottame”. Una situazione che ha vanificato gli sforzi finanziari dell’azienda che, negli anni precedenti alla crisi, andava ad affrontare una sfida competitiva per scalare il mercato interno e soprattutto quello estero (nordafricano in testa). Ormai la possibilità di andare in perdita è un deterrente all’eventualità di prendere commesse estere, tenuto conto del fatto del mercato interno non esattamente incoraggiante.

L’unica strada percorribile è quella politica: servono regole certe. Questo è lo spirito che ha animato i vari tavoli tecnici che hanno scandito le ore estive nella prefettura etnea, estremo tentativo di coinvolgere gli attori istituzionali nella difesa di un pezzo d’industria locale. Nel corso di una delle varie riunioni, l'assessore regionale Vancheri si era impegnata appunto a creare a una commissione che nell'arco di un mese avrebbe elaborato un regolamento regionale sul rottame, secondo le direttive europee per “assicurare a prezzi di mercato la regolare fornitura della materia prima”. L’incontro è avvenuto nel lontano mese di settembre in prefettura, da allora tutto sembrerebbe tacere. “Aspettiamo da mesi un altro tavolo tecnico in Prefettura, ma la Regione è tuttora latitante avrà altro cui pensare”, conferma Giacomo Condorelli lavoratore di Ads. In assenza di un intervento istituzionale la permanenza dell’azienda in Sicilia è seriamente a rischio. Insomma, il tempo è scaduto. “Se la politica non capisce che bisogna fare presto e sul serio Acciaieria di Sicilia chiude”, afferma perentorio Stefano Materia, segretario provinciale della Fiom. Un pericolo da scongiurare, ma bisogna fare presto.


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