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il processo revenge 3

Nuove rivelazioni di Santo La Causa:
“Lo Giudice si sentiva Totò Riina”

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CATANIA – Una mancata guerra di mafia per ristabilire gli equilibri criminali a Catania dopo l’omicidio, avvenuto nel luglio 2009, del boss dei Santapaola Raimondo Maugeri. A descriverne le modalità, nell’ultima udienza del processo “Revenge III”, è stato l’ex reggente della famiglia di Cosa Nostra catanese Santo La Causa.

Maugeri, all’epoca dei fatti nominato responsabile del quartiere “villaggio sant’Agata” dopo un periodo di carcerazione era stato fatto uomo d’onore. “Ci disse – spiega il collaboratore di giustizia – che avrebbe ripreso i contatti con imprenditori e politici in virtù del suo nuovo prestigio”. Il nuovo boss tuttavia dopo poco tempo venne freddato con cinque colpi di pistola in via Zia Lisa. Un omicidio, secondo La Causa, eseguito dal clan dei “Cappello-Carateddu”: “Mi dissero che il giorno prima del delitto avevano visto due dei Carateddi appostati in una macchina con i sedili abbassati nella zona dell’agguato”. Secondo la ricostruzione dell’ex boss, dopo l’omicidio, ci furono numerosi summit per decidere come rispondere.

Nel mirino di Cosa Nostra finirono alcuni tra i principali capi della fazione opposta, tra cui il sanguinario, Sebastiano Lo Giudice, oggi condannato all’ergastolo per svariati omicidi: “Era uno spaccone, diceva di volere diventare il secondo Totò Riina, io – continua La Causa – non volevo fare una vera e propria guerra ma procedere eliminando chirurgicamente le teste e cioè Lo Giudice, D’Aquino e Privitera”. Il progetto di La Causa non venne però mai attuato grazie all’operazione “Summit” che nell’ottobre 2009 portò all’arresto nella campagna dell’Etna dei principali vertici della famiglia di Cosa Nostra catanese tra cui lo stesso La Causa, latitante dal 2007, Vincenzo Aiello storico cassiere e rappresentante provinciale e Ignazio Barbagallo, pentitosi in tempi record addirittura un giorno dopo la maxi retata.

Barbagallo, ex reggente dell’area pedemontana di Belpasso e Mascalucia dei Santapaola, ha raccontato in udienza ai Pm Lina Trovato e Pasquale Pacifico, ulteriori dettagli dell’omicidio Maugeri. L’uomo, collegato come La Causa, da un sito riservato, è tornato con maggiore precisione sul presunto pedinamento che precedette l’omicidio “Era – spiega riferendosi all’auto che sarebbe stata utilizzata – una Citroen Pluriel, questa cosa – continua Barbagallo dopo esplicita domanda dei Pm – la dissi subito ai magistrati”. Proprio la vicenda dell’automobile era entrata prepotentemente nel processo durante l’udienza precedente nel processo, che vede tra gli imputati Biagio Sciuto e Girolamo Ragonese, grazie alle rivelazione di un altro pentito, Gaetano Musumeci, appartenente proprio al clan Cappello. Secondo l’ex killer, dopo l’agguato a Maugeri, Ragonese, avrebbe portato ai vertici del clan i verbali di Barbagallo, avuti da un avvocato del foro di Catania, in cui si faceva esplicito riferimento all’automobile. Per fare luce su questo passaggio sarà prodotto tra gli atti processuali la documentazione di convalida del fermo di Barbagallo. Una scelta, quella dell’accusa, accettata anche dalle difese: “Elimineremo – ha affermato in aula l’avvocato Strano Tagliareni – il clima di sospetto che la stampa ha alimentato”.


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