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LA RINUNCIA DI BENEDETTO XVI

L'appello di padre Notari:
“Vangelo, non giochi di potere”

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Don Puglisi

Don Puglisi



CATANIA. La clamorosa rinuncia di Benedetto XVI continua a porre degli interrogativi a tutta la Chiesa universale, ma anche a quella siciliana e catanese in particolare. LiveSiciliaCatania è voluta tornare su questo evento con il padre gesuita Giovanni Notari. Nato a Napoli, oggi è il parroco del Crocifisso dei Miracoli, nella centralissima Via Umberto di Catania. E non solo. Di professione fa il sociologo. É titolare della cattedra di sociologia dei processi culturali presso la facoltà teologica San Giovanni evangelista di Palermo e presso lo Studio teologico San Paolo di Catania, ma anche di antropologia culturale presso la Iulm di Roma. A LiveSiciliaCatania ha proposto un'analisi caustica e disincanta sulle dinamiche di potere che attanagliano i sacri palazzi. C'è dell'altro però: la richiesta di Notari è quella di “abbracciare la radicalità del Vangelo”. Il gesuita non ha dubbi: questo è anche l'invito coraggioso di Benedetto XVI alla chiesa universale: “Convertirsi e mettere da parte certe logiche di potere”. Lo ha detto con una voce che ha tuta la calma e la profondità di chi sta pronunciando qualcosa d'importante. Ma la riflessione del padre gesuita passa anche sulla stato di saluta della chiesa catanese: “Anche qui ci sono delle ambiguità, ma il vescovo Gristina -ha sottolineato- con la visita pastorale in corso, ha avviato una profonda riflessione”. Lo sguardo di Notari è già rivolto alla beatificazione di Padre Puglisi del 25 maggio prossimo a Palermo: “Il suo no alla mafia – ha rivelato Notari - sta interrogando tanti di noi, poiché – ha aggiunto- la chiesa ha l'obbligo di vivere la profezia denunciando ciò che calpesta la dignità umana”.


Padre Notari, lei ha definito la rinuncia di Benedetto XVI come rivoluzionaria, in che senso?

Questo Papa ha fatto una scelta coraggiosa. Ha preso consapevolezza della sua fragilità e ha rimesso il suo mandato perché avvertiva il bisogno di nuove forze per governare la complessità della Chiesa. Una complessità che va in riferimento ad alcuni aspetti di costume della vita ecclesiale, che sono spesso lontani dalla logica evangelica.

Questo pontificato è stato sotto l'attenzione dei media. Si pensi allo scandalo pedofilia o al vatileaks. Quanto hanno pesato sulla scelta del Papa?

Certamente i mezzi di comunicazione sociale hanno evidenziato le piaghe della Chiesa. Non le determinano, però. I media, oggi, sollecitano i pastori della Chiesa a mantenere uno stile di vita evangelico più trasparente e meno legato a logiche di potere. Io vorrei, se è possibile, ricordare quello che il Papa ha detto durante l'ultima udienza generale...

Prego.

Parlando di preparazione alla pasqua, egli ha detto con forza: “Qual è il nocciolo delle tentazioni che colpiscono Gesù? É la proposta di strumentalizzare Dio e di usarlo per i propri interessi e per la propria gloria. Dunque, in sostanza, di mettere sé stessi al posto di Dio, facendolo sembrare superfluo”.

Cosa intendeva?

Ognuno dovrebbe chiedersi che posto ha Dio nella mia vita. É lui il Signore o sono Io? Queste parole, dette davanti a migliaia di persone, nascondono la vera ragione di un gesto clamoroso. C'è bisogno, dunque, di un rinnovato vigore, di una autorità che possa incidere sulla trasformazione. La denuncia del Papa è “io non sono in grado di farlo”.

Vanno lette così anche le parole pronunciate durante la messa delle Ceneri?

Commentando il brano del profeta Giole, il Papa ha detto: “Questo passo ci dovrebbe far riflettere sull'importanza della vita cristiana delle nostre comunità, per manifestare il volto della Chiesa, e di come esso venga deturpato. Penso alle colpe contro l'unità della Chiesa. Bisogna vivere la quaresima superando gli individualismi e le vanità”.

Ci spieghi.

Il Papa coglie un aspetto importante: la Chiesa è testimonianza radicale del Vangelo. Tutti coloro che sono lontani dalla fede, o gli indifferenti, possono accogliere Gesù attraverso i suo testimoni. Se non c'è questa radicalità, la morte e resurrezione di Cristo è vana. Il Signore si affida ai suoi pastori. Ora, se il corpo ecclesiale cerca il potere, si corre il rischio di non proclamare il Vangelo in maniera adeguata.

Chi sono gli interpreti di questa divisione?

Nella Chiesa cattolica ci sono tante realtà che servono, in termini evangelici, la sua unità. Una di queste è svolta nel tempo della Santa Sede. Spesso chi lavora in essa sembra essere posseduto da logiche non evangeliche. Si adottano, cioè, gli stessi strumenti di un potere politico. Nascono fazioni, conflitti, alcune volte compiuti in nome di ragioni ideali. Ma spesso si trasforma il servizio in esclusivo esercizio di potere. L'autorità diventa autoritarismo, perdendo valore e autorevolezza. Il Papa ne ha profonda convinzione. E chiede alla sua Chiesa di andare al fondo della conversione, affinché sia credibile nell'annuncio cristiano.

Cosa vuole dire, in termini sociologici, iniziare una sede vacante senza che vi sia alcun lutto da elaborare?

La Chiesa non è fatta da dei. Ciò che la anima è che la convinzione che Gesù sia il Signore. Dentro questa consapevolezza possiamo vivere la precarietà di questo tempo. Non elaboriamo un lutto, ma, in circostanze come queste, rielaboriamo con forza la nostra fede. Non dobbiamo guardare ciò che accade con categorie temporali, ma con gli occhi del mistero della croce. La solitudine procurata da una crisi istituzionale, va bilanciata dalla fedeltà di Dio verso la sua creatura. Nella storia della Chiesa è sempre accaduto che le ambiguità degli uomini siano state trasformate in provvidente sollecitudine di Dio. Nel prossimo conclave, oltre alle scelte dei cardinali, agirà dell'altro.

C'è qualcosa che è venuto a mancare nella predicazione del Papa di questi anni?

Forse la determinazione di andare di andare fino in fondo ad alcune scelte fatte. Questo è avvenuto o per rispetto o per paura di andare contro alle molteplici sensibilità o interessi che vivono all'interno della Chiesa.

Una domanda al gesuita. Che senso ha, soprattutto in questa fase di passaggio, rinnovare il voto d'obbedienza al Papa?

Sì, noi gesuiti professiamo quattro voti: povertà, castità, obbedienza e uno speciale di obbedienza al sommo pontefice. In tempi di vacatio ci prepariamo a vivere con impegno il voto che faremo anche al prossimo pontefice. Nella compagnia del Gesù resta ferma la volontà di servire la Chiesa, il Papa, e continuare ad essere dei promotori di giustizia.

In che modo?

Il voto al Papa è anche un dovere verso i più fragili, in favore di un impegno di educazione e non di dipendenza. Bisogna aiutare le persone a camminare con le proprie gambe, per essere cittadini attivi a servizio dell'altro.

La Sicilia è al centro delle ultime vicende papali. Il cardinale Salvatore De Giorgi è uno dei tre componenti della commissione che ha indagato sul vatileaks; mentre il cardinale di Palermo, l'acese Paolo Romeo, ha appena presentato le proprie dimissioni allo stesso pontefice. Perché tanta centralità?

Quella siciliana è una chiesa che sta facendo un grande sforzo di comprensione di sé stessa. Anche al suo interno ci sono differenti sensibilità. Il cardinal Romeo ha cercato di favorire la comunicazione fra queste. Alcune volte non ci è riuscito. Però sta accadendo anche un fatto importante: la beatificazione, voluta peraltro dal Papa, di padre Puglisi. La contemplazione della sua storia sta interrogando tanti di noi. Ci indica il coraggio di andare al fondo delle scelte fatte. La Chiesa vive la profezia denunciando tutto ciò che calpesta la dignità della persona. Don Pino ha detto no alla Mafia: ha detto no ad una realtà violenta che mortifica ogni volontà di legalità.

Qual è il messaggio di Padre Puglisi?

Il suo esempio ci obbliga a prendendoci cura dei più fragili, dei più poveri e dei più emarginati. Significa pure dire una parola ferma: è intollerabile che in questa nostra regione non ci sia sviluppo, non ci siano prospettive di futuro per i più giovani. La chiesa ha bisogno dunque di grandi riforme. Noi dobbiamo guardare con grande ammirazione a quei testimoni che hanno creduto ad una chiesa viva e profetica.

Quella catanese lo è?

Io ne sono parte. Sono parroco a Catania. L'arcivescovo Salvatore Gristina sta visitando la comunità ecclesiale. Insieme con lui stiamo capendo che dobbiamo congedarci da una certa retorica. Dobbiamo essere contemplativi della croce e attraverso quella aiutare i più poveri. Con la visita pastorale in atto, la Chiesa catanese si sta interrogando tanto. Anche i laici pretendono di andare all'essenza delle cose. Certamente anche qui ci sono tante ambiguità. Ma c'è anche lo sforzo di andare oltre.


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