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La strage nel 2009

Diede fuoco alla moglie
Condannato a trent'anni

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CATANIA - Trent'anni di carcere. E' questa la condanna inflitta dalla Corte d’Assise d’Appello di Catania, presieduta da Luigi Russo, a Salvatore Capone, il sottoufficiale dell’aeronautica giarrese, per l’omicidio premeditato della moglie, la 31enne Maria Rita Russo. Un piccolo sconto di pena rispetto alla sentenza in primo grado:  l'ex sottoufficiale era stato condannato, infatti, all’ergastolo. "I giudici - spiega a LiveSiciliaCatania Vincenzo Iofrida, avvocato della difesa - ha riconosciuto che il nostro assistito ha desistito dal tentato omicidio dei figli".


La cronaca del delitto.  Nel novembre del 2009, l’imputato, ha cosparso la donna prima di alcol e poi di benzina e ha appiccato il fuoco. La vittima è deceduta all’ospedale Cannizzaro di Catania, dopo un’agonia di dieci giorni, a causa delle gravi ustioni di secondo e terzo grado riportate sul 75% del corpo. Anche i figli della coppia, due gemelli di tre anni, erano rimasti lievemente ustionati alle mani.

Il processo. Lo scorso 23 gennaio il procuratore generale Concetta Maria Ledda, al termine della requisitoria, ha chiesto una condanna a 30 anni. Una riduzione della pena motivata dal mancato tentato omicidio dei figli. Secondo il pg il tentato duplice omicidio, comunque non premeditato, ci sarebbe stato ma che di fatto lo stesso Capone avrebbe desistito dal portarlo a compimento. I legali della difesa Giovanni Spada, Vincenzo Iofrida ed Enzo Trantino, con la loro arringa,  hanno provato a smontare l’intero impianto accusatorio, partendo dallo stato di salute dell’imputato.

Pur giudicandolo capace di intendere e di volere, la difesa ha parlato di disturbo mentale transitorio, come supportato da alcune perizie, e ha chiesto il riconoscimento del vizio parziale di mente. Il collegio difensivo ha chiesto, inoltre, di derubricare il capo d’imputazione da omicidio premeditato a preterintenzionale. Secondo i legali, infatti, una personalità metodica e precisa come Capone se avesse premeditato l’uccisione della moglie avrebbe pianificato tutto nei dettagli, predisponendo al meglio i mezzi necessari per l’esecuzione. Dalla ricostruzione di quella tragica mattina, secondo Spada, Iofrida e Trantino, emergerebbe invece un’azione improvvisata e sconnessa. Altro elemento fondamentale, sottolineato nel corso delle arringhe, la scelta dell’imputato di provocare ustioni solo agli arti inferiori, senza ledere gli organi vitali. Circostanza che dimostrerebbe la mancata volontà di uccidere.

Infine chiesta l’assoluzione per il reato d’incendio. I tre piccoli focolai, spenti con delle bacinelle d’acqua dai vicini di casa, i primi ad intervenire, non dimostrerebbero secondo il collegio difensivo alcuna volontà dell’imputato di far divampare un rogo nell’abitazione. Al termine delle arringhe i difensori di Capone hanno chiesto un’ulteriore diminuzione della pena, rispetto ai 30 anni chiesti dal procuratore generale, in virtù della scelta del rito abbreviato e delle attenuanti generiche.

 

 


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