Live Sicilia

L'intervista

Il capovara Baturi:
"Prima la sicurezza"

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Catania, Claudio Baturi, sant'agata, Catania, Cronaca
CATANIA – Sant'Agata è alle porte. Claudio Baturi, il maestro del fercolo che porterà in processione il busto reliquiario della santa padrona di Catania il 4 e il 5 Febbraio, spiega a LiveSiciliaCatania quanto sia cambiata la festa negli ultimi anni. Un'intervista a tutto campo nel corso della quale Baturi ha parlato di temi importanti quali la fede, la devozione e i gli sforzi organizzativi in previsione della festa stessa. Ma anche l'occasione per discutere di questioni scottanti quali la “legalità, la crisi economica e la mancanza di lavoro in città”. L'appello che il Capofercolo lancia ai devoti è sulla sicurezza: “accettare le decisioni prese da chi guida i festeggiamenti per il bene di tutti”.

Claudio Baturi, quante volte in questi giorni sta suonando il telefono del Maestro del Fercolo?

A ripetizione. Una media di trenta/quaranta chiamate ogni mattina. Oltre, poi, gli sms. Un continuo. La batteria del telefono mi dura soltanto qualche ora.

Questo vuol dire che le cose stanno funzionando bene o male?

Bene. L'anno scorso, come oggi, eravamo ancora a collaudarci. Mi riferisco ai dodici responsabili freschi di nomina, ma anche e ovviamente a me. Quest'anno tutti sono al loro posto. Da una anno si sta lavorando incessantemente. Ogni mercoledì siamo stati in riunione. Il che è stato determinante sotto il profilo organizzativo, ma anche spirituale. Nonché si è venuto a rinsaldare il rapporto tra i vari collaboratori, cosa che prima non c'era.

Riesci a spiegare quali sono gli ideali che incarna chi decide di portare il sacco?

La cosa è certa, Sant'Agata è una santa che affascina: ti catalizza. Ogni devoto ha una sua risposta. Quella più spontanea, si sa, è “picchi sant'Aita l'haiu no' cori” o altre sentenze simili. Però dobbiamo saper leggere queste risposte. C'è chi lo fa per tradizione, chi per la sola voglia di esserci, fattore che spesso non aiuta la collettività, soprattutto in certe manovre, dove meno si è e meglio è per tutti. Insomma, indossare il sacco crea un effetto contagioso. Che non è positivo se è dato dal fanatismo o dall'apparire. Però, se all'interno di questa voglia di esserci c'è qualcosa di più profondo, e ne sono certo, si può trovare davvero la via per la salvezza. Diceva il vescovo Bommarito: “I santi sono una segnaletica per arrivare a Cristo”.

All'uscita del fercolo, sant'Agata si troverà innanzi al presidio dei lavoratori socio-assistenziali a Piazza Università e quello degli operatori Oda stazionano davanti la Curia. É opportuno che questi sit-in siano smobilitati in occasione della festa?

No, assolutamente no. Sono persone che soffrono. Dietro ad ognuna di queste persone ci sono delle famiglie: bambini che non riescono a mangiare, ragazzi che non possono studiare, e gente che non può curarsi. Oggi siamo in crisi, e tutto ha un costo. Come si fa a dire a queste persone di spostarsi perché c'è la festa? Quella di Sant'Agata è una festa religiosa, non di costume. La Chiesa deve accogliere queste persone, non possiamo essere noi a mandarli.

E da parte del Comune?

L'amministrazione sta dando un forte segnale: sta spendendo il minimo indispensabile per la festa.

L'anno scorso è entrato in vigore il nuovo statuto dei festeggiamenti promosso dalla Curia, dove è stata imposta una pulizia ai vertici della festa. È stato difficile renderlo operativo?

Sono state difficili le scelte. Ma chiariamo un punto, il regolamento non è entrato in forma straordinaria, esso è nato per mettere su carta tutto quello che nella tradizione svolgevamo da anni. Come si sa, però, un regolamento ha dei punti fermi, che possono sembrare rigidi, ma se li andiamo a leggere attentamente scopriamo che nei fatti hanno aiutato lo svolgimento della stessa festa. All'inizio c'è stata la sensazione che si potesse stringere il numero dei collaboratori, ma non è stato così. Anzi, è cresciuto in maniera esponenziale. Nel passato erano soltanto dei pochi privilegiati a poter svolgere determinate funzioni. Questo regolamento ha consentito che, anche tra i dodici, entrassero dei giovanissimi. Oggi c'è un coinvolgimento di quasi cinquanta persone. Si è venuta a creare una rete piramidale ben organizzata. Certo, fare capire le novità non è stato facile, soprattutto all'inizio.

Quali nello specifico?

Sono due: la distinzione dei ruoli, ma anche la scadenza degli stessi. Compresa quella del capofercolo, che non può sentirsi più un uomo arrivato. Ogni tre anni si va a votazione. Questo fa sì che ci sia sempre la volontà di fare meglio. Del resto, io, anche se venissi sostituito oggi stesso dalla Chiesa, mi sentirei lo stesso onorato del servizio reso alla città.

Questo è il terzo hanno consecutivo che salirà sul fercolo, il secondo da capofercolo in carica. Ci sono stati deglii sgambetti?

No, assolutamente no. Attenzione, questo è il terzo da massimo responsabile. Mi pare però che quest'anno compio ventidue anni sopra il fercolo.

Un obiettivo da raggiungere?

Già lo abbiamo raggiunto questa domenica. É stato bellissimo, nella domenica del rinnovo delle promesse battesimali, vedere cinquanta tra collaboratori e responsabili alzarsi per ricevere la comunione. Un'emozione unica. La città comunque si aspetta ancora dei progressi, ma, fidatevi, dal momento che la macchina è partita è difficile fermarsi.

L'associazione che presiede ha conferito al sua predecessore Alfio Rao, condannato per omicidio colposo nel processo sulla morte del devoto Roberto Calì, la tessera di socio onorario. Che vuol dire?

A noi piace ricordarlo. Uno, perché è stato un grande maestro. In secondo luogo perché ha dato tanto alla città. E a causa del processo che noi tutti sappiamo, posso dire che ha sofferto tantissimo.

Claudio Baturi ha paura che quanto successo a Rao possa capitare anche a lui in termini giudiziari?

Io spero che non debba più morire nessuno durante una festa religiosa. In assoluto, non solo a Catania. Gli aspetti giudiziari certo sono sempre dietro l'angolo. Ma la paura non c'è. Con la paura non si può adempiere bene a nessuna responsabilità. L'attenzione sì, quella c'è.

Come giudica lei l'iniziativa de “L'isola della legalità”?

La legalità deve regnare non solo durante la festa, ma sempre. Per noi uomini di Chiesa è un dovere che sia così.

L'anno scorso, in prossimità della salita di Sangiuliano la vara è stata strattonata da alcuni devoti che volevano lo stesso la tradizionale “acchianata”, nonostante il pericolo sicurezza. Si sono registrate anche delle fasi concitate durante il rientro in Cattedrale della Santa. In quei momenti, le autorità cittadine, le sono state vicino?

Io quella mattina mi sono consultato col le forze dell'ordine. Erano presenti i massimi esponenti della Questura. Non mi sono sentito abbandonato, perché il mio gruppo c'era. La Chiesa era accanto a me, con la presenza del Monsignor Barbaro Scionti.

A proposito di Scionti. Sono molti ancora che criticano la gestione dei servizi in Cattedrale. Si parla spesso di “militarizzazione” dei servizi d'ordine. È così?

A chi critica il lavoro dei ragazzi dell'associazione 'Sant'Agata in Cattedrale', che sono allo stesso tempo dei devoti, e che rinunciano a parte del loro tempo per un servizio finalizzato al bene comune, dico di andarsi a rivedere le immagini di qualche anno fa, quando la messa del 4 mattina non poteva essere celebrata perché c'era gente ovunque, anche sopra l'altare maggiore.

Una grazia che chiederebbe in questo momento a S. Agata per la città di Catania?

Di risollevarla da questa da questa crisi. Di dare lavoro, di dare serenità. Quando c'è il benessere si è anche più felici.

Un appello ai devoti?

Di avere fiducia nel Capofercolo. Alcune decisioni sono costretto a prenderle, mio malgrado, per il bene della collettività. Sono aperto al dialogo, ma chiedo pure di accettare le decisioni prese.

 


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