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TEATRO

Silvio Laviano si racconta
Da Roma a Parigi

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CATANIA - Silvio Laviano è un catanese. Passionale, travolgente, che ti entra dritto nel cuore e non ti lascia più. Lo conobbi diversi anni or sono, in occasione del laboratorio teatrale affidato alla sapiente guida del regista Gianni Salvo, l’istituzione del Piccolo teatro di Catania.

E chi se li scorda quegli anni. Silvio era già grande e sapeva esattamente cosa avrebbe fatto nella sua vita. Lo rincontro 10 anni dopo ed è un tuffo nel passato. Ripercorriamo a grandi linee gli anni del Cutelli “cuttigghiando” su alcuni nomi, comuni ad entrambe. Tornano alla mente Giorgia D’Urso, Melissa P.: la prima, brava attrice che nel teatro ha trovato la sua dimora e la seconda che della scrittura ha fatto il suo pane quotidiano.

“Amò, che te devo dì?”

Inizia così la nostra lunga chiacchierata a San Giovanni Li Cuti, con un analcolico bianco, degli appetizer niente male ed un succo di frutta. Tanta roba ma pur sempre ben poca cosa rispetto a ciò che ci circonda e ci avvolge quasi completamente, il mare.

“Sono andato via a 20 anni per frequentare la scuola teatrale presso lo stabile di Genova” – dice Silvio. Dopo fu la volta di Roma – ricorda - dove ebbe inizio un periodo ricco ed intenso di lavoro: erano gli anni delle fiction, una su tutte Codice rosso, nel 2005, di cui fui protagonista con Alessandro Gassman, Pietro Taricone, Ilaria Spada. Tanta televisione – prosegue - ma anche tanto teatro con belle collaborazione con Genova e Catania. Nel 2010, una straordinaria opportunità: la Rai mi offre un buon contratto per “Agrodolce”, la fiction siciliana che oltre me ha visto la presenza di Guja Ielo e di molti altri attori nostrani”.

E’ fatta. Da Roma è immediato il trasferimento a Palermo, splendida città in cui Silvio si ferma circa 4 mesi. Ma questo matrimonio <<non s’ha da fare>> e i problemi editoriali (causa reale) bloccano le riprese.

E’ un’escalation di ricordi negativi da cui Silvio, ormai adulto, ha tratto insegnamento operando verso una conversione in “esperienza formativa”, secondo i precetti della religione buddista che già da diversi anni segue. “All’improvviso mi ritrovo disoccupato e senza un tetto: né a Palermo, né a Roma. Ho capito che era arrivato il tempo di tornare a casa, nella mia Catania dove oramai vivo da circa due anni”.

Ricomincio da me, mi sembra l’espressione perfetta.

Va a rispolverare un testo teatrale, scritto nel 2008 in un momento di fermento creativo, di improvvisazione emotiva, nato da un racconto poi diventato monologo: “Salvatore, favola triste per voce sola”. “E ricomincio da lui, da Salvatore che non è un testo autobiografico – mi racconta -  ma un mio prodotto tutto catanese. In questa avventura coinvolgo il regista napoletano Tommaso Tuzzoli, riconosciuto come futuro regista del teatro italiano, con cui vantavo già diverse collaborazioni sin dal 2007. Sapevo che lui fosse la persona giusta”.

E da qui il resto è storia: a gennaio 2012 il debutto nella città che ha dato i natali a Salvatore, Catania, sala Lomax, nel cuore di San Cristoforo. “Mi piaceva l’idea che la gente entrasse in un percorso sensoriale che si conclude nel palco, bellissimo” – ricorda Silvio.

Da Catania a Palermo al teatro Garibaldi e ritorno all’interno del teatro Coppola, una realtà riconsegnata alla città attraverso l’entusiasmo di addetti ai lavori che si sono messi all’opera per produrre cultura. “Da noi tutto questo è etichettato in negativo – incalza facendosi duro in volto - mentre in Francia la cultura non è solo cibo per la mente ma diventa anche business e l’attore-operatore culturale vive di ciò”.

La mente di Silvio si perde nei meandri di una Parigi senza tempo.

Ha inizio la parentesi d’oltralpe: sei mesi intensi in cui, oltre a fare l’attore, partecipa a seminari di teatro, migliora la lingua lavorando all’interno di un ristorante italiano. Scolpita nella mente del mio interlocutore un’immagine precisa. “Un giorno mi chiesero: Che lavoro fai, Silvio?” “Risposi: Sono un attore”. E già sviavo lo sguardo e preparavo la seconda parte della risposta, come di solito faccio in Italia, paese in cui <fare l’attore> non è ancora recepito come un “mestiere”. Quel momento è stato molto gratificante per me perché finalmente venivo accettato. Un mestiere come tanti. Viva la France, allora.

Sono assorbita dal suo racconto. Quasi dimentico si tratti di un’intervista. Perché interromperlo? Il suono delle sue parole è una melodia che andrebbe ascoltata ad occhi chiusi. “Partecipo al festival internazionale del teatro, ad Avignone – narra -  in cui ogni giorno si svolgono circa 2000 rappresentazioni. “Una full immersion indimenticabile”.

In che momento della vita professionale sei?

“Oggi sto scegliendo compagnie piccole che propongono progetti di qualità; la scelta in tal senso è obbligata per cambiare il vecchiume. Questo a Catania è indispensabile. La sala Lomax vive una stagione di fermento con un cartellone autogestito nuovo, di respiro moderno. “Sai qual è il male che colpisce il teatro?” – mi chiede guardandomi dritta negli occhi. “E’ l’egemonia politico-culturale, un fenomeno che non va bollato Sicilia ma Italia. Io ritengo necessaria la presenza di un teatro ufficiale ma ciò non basta: occorre la ricerca, la sperimentazione, l’odore di nuovo”.

Cosa racconta Silvio nei panni di Salvatore?

“Compio un percorso di trent’anni, ripercorrendo cinque momenti fondamentali nella sua-mia città: dalla plaja ai <pomeriggi giovani> delle discoteche Mcintosh, Charlie Brown, Empire, fino ai giorni nostri, lavorando come commesso in un centro commerciale. Ho riflettuto molto – dice - circa la presenza ingombrante dei centri commerciali a Catania che hanno provocato lo <svuotamento> del centro storico. E tutto ciò - conclude - è allucinante, soprattutto se si tiene conto dell’andamento delle altre città italiane”. Si racconta il Natale vissuto all’interno del centro commerciale ma soprattutto si racconta uno spaccato della vita perché in Salvatore si rispecchia qualunque ragazzo, siciliano come anche del nord. E’forte la tradizione del “cunto siciliano” non solo attraverso l’oralità ma attraverso il corpo; c’è molta fisicità in Salvatore-Silvio, in uno sforzo funzionale a raccontare ben 22 personaggi. “Si narrano le storie di racconti dei miei amici – puntualizza Silvio - c’è la faccia del mio insegnante di catechismo, c’è il Cutelli, c’è persino l’idea comune di nausea da ingordigia natalizia! Ci sono tutti ed ognuno si può riconoscere lì”.

Dal particolare all’universale, insomma, nonostante la presenza della doppia lingua: siciliano, come lingua delle emozioni e italiano, per il racconto. “Rivederlo a Benevento, in occasione del festival internazionale del teatro – aggiunge - dinnanzi ad un pubblico compiaciuto e recettivo mi ha molto emozionato”.

Qual è stato lo spunto, dove hai trovato l’ispirazione?

“Volevo scrivere qualcosa di personale, in cui raccontarmi come attore. Mi mancava terribilmente Catania e il suono della nostra lingua. Ho raccolto vari stili, dal cinematografico al teatro fisico-corporeo al canto ballo sino al comico drammatico”.

Cos’è che ti accomuna a Salvatore?

“Ci sono due soli punti di contatto: entrambe siciliani ed entrambe nati a sette mesi. L’idea di nascere prima del previsto di ben due mesi, si spiega con la voglia di poter vivere di più, di bruciare le tappe, di anticipare i tempi”.  Il finale è un incubo, in cui Salvatore sceglie quale strada percorrere, se quella della curiosità che lo porta ad andare avanti <nonostantetuttoetutti> oppure fermarsi abbandonandosi a ciò che ha già raggiunto nel suo percorso di vita. E Salvatore esce dal palcoscenico, attraversa la sala e se ne va. “In questo modo anche il pubblico <sceglie il suo finale “interattivo”>  come lo definisco io “– dice.

Catania vive un dissidio interiore: nella sua anima, due anime contemporaneamente, in un gioco di forza. Chi prevale?

“Catania è una città ridente e molto naif. Le hanno fatto credere che potesse diventare snob, ma Catania non è Parma, né Firenze. Potrebbe avere la “leggerezza” di diventare la meta della cultura, della musica, una città in festa, insomma”. E invece ? – gli chiedo curiosa – “E invece i catanesi si piangono addosso. E’ il karma della città – mi dice con quel fare del maestro che ha voglia di trasmettere sapere. Una città vulcanica, fatta di magma che ben presto, a causa del catanese, raffredda diventando pietra dura. Si chiude in se stessa”.

E’un’immagine molto affascinante, direi, ma ha anche un retrogusto amaro. “Quest’estate, lungo un afoso pomeriggio d’agosto, incontro tre turisti francesi. La città è inospitale perché i musei, i negozi sono chiusi. Ho dedicato loro un’ora del mio tempo in un mini tour, come se volessi giustificarmi dell’inefficienza. Rifletti: gli attori più bravi in Italia sono catanesi che rimangono intrappolati nel teatro tradizionale;  grandissimi musicisti negli ultimi anni hanno dovuto fare un passo indietro; e i catanesi, piuttosto che rimpossessarsi del centro si spostano nelle periferie. Va bene la globalizzazione culinaria, dal fast food al fusion al giapponese. Ma che senso ha Catania senza arancini, senza panino del camion???”

E’ vero. A volte sembra quasi che Catania voglia nascondere le sue origini come un figlio che si imbarazza per gli umili natali dei genitori. E allora <copia>, inventa, guarda un modello. “Ma il futuro – incalza Silvio -  è contemporaneizzare le tradizione, contestualizzarla”.

Cosa ti manca di Catania, contraddizioni  a parte?

“Il mare, innanzitutto, in tutti i suoi momenti della giornata. La nobiltà sicula che ho avuto modo di verificare essere diversa da quella napoletana. E’strutturato in noi il senso dell’onore, di dignità. Mi arrabbio quando mi dicono Sicilia-mafia e ora che sto invecchiando ho pure la faccia dura... I siciliani sono persone oneste che hanno subìto troppo e che non devono subire gli errori del passato. Infine, il cibo. <Come mangio in Sicilia, da nessuna parte. Giuro!>.

Adoro i dolci francesi, la cucina romana ma … vuoi mettere l’agrodolce siciliano, la caponata, la parmigiana? O l’arancino di via Palermo… eccezionale!  Dallo street food al mamma food, senza soluzione di continuità. “Credo sia una questione di sapori perché qui in Sicilia puoi trovare <roba vera>. A Santa Maria La Stella, dai miei, c’è ancora chi vende le cose dell’orto. Il biologico mica lo hanno inventato a Parigi” – dice e scoppiamo in una sana risata.

Cosa farai da grande? – gli chiedo e mi sembra di aver fatto la domanda ad un fanciullo: è tutto un sorridere di bocca ed occhi.

“Io da grande voglio fare Silvio Laviano, sì proprio Silvio Laviano e sto facendo quello che volevo fare da grande”. Insegnerò a Catania, sto continuando a scrivere; a maggio riprenderò col “Gabbiano”di Cechov e credo di trascorrere del tempo a Parigi. Riporteremo in giro per l’Italia <Lettere d’amore a Stalin> che ha riscosso un buon successo”.

 E se tornassi indietro?

“Studierei meglio l’inglese, il disegno, ma rifarei tutto, tutto, tutto. Non ho rimpianti e tutto ciò che farò mi sarà utile, secondo quanto insegnatomi dal buddismo al quale mi sono abbandonato dopo anni di riflessione e di ateismo”.

Quali sono le frasi che ti accompagnano?

“Avere il coraggio di un leone, innanzitutto. Cioè il coraggio di vivere e mettere la vita al primo posto. E riuscire a trasformare il veleno in medicina, che significa trasformare quanto di brutto mi è accaduto in qualcosa di positivo, curativo perché l’aver provato sofferenza ti fa crescere”.

Silvio, un’ultima domanda. Sei felice?

“Si, perché so che sto lavorando sulla mia felicità. Voglio vivere e mettere la mia felicità al primo posto. Il bicchiere per me non è mai mezzo vuoto o mezzo pieno: dipende tutto dal contenitore. Se quel bicchiere è piccolo per me, occorre cambiarlo, allargarlo, aprirmi a nuove prospettive e raccogliere di più. Sono felice perché continuo a credere nell’amore. Nonostante tutto”.

Ci salutiamo. Dalla merenda all’aperitivo ed è già ora di cena, in un battibaleno. Ci rivedremo, presto, ce lo siamo promesso. Ma la prossima volta l’arancino di via palermo non <me lo toglie nessuno>.


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