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L'assemblea di Cittainsieme

Vendita delle partecipate
la città a confronto

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CATANIA – Una discussione surreale come non se vedevano da tempo. Ieri sera, nel corso dell'assemblea organizzata da Cittainsieme per discutere delle società Partecipate del Comune si è assistito a una scena mai vista in consiglio comunale: un dibattito calmo e partecipato su tematiche importanti per la città, come il futuro delle aziende a partecipazione pubblica. Peccato, e questo lo hanno evidenziato in molti, che la discussione abbia seguito e non preceduto quella in consiglio comunale. A relazionare a una folta platea di persone, introdotti dal padrone di casa, Fabio Viola, Roberto Bonaccorsi (vice Sindaco e assessore al Bilancio ed alle Società partecipate del Comune di Catania), Sara Giorlando (esponente del Forum catanese Acqua bene comune) e Roberto Cellini (ordinario di economia politica all’Università di Catania). Al centro del dibattito, il piano di dismissione delle società partecipate approvato obtorto collo dal consiglio comunale lo scorso 19 novembre, che ha fatto gridare allo scandalo buona parte dell'opinione pubblica, in particolare per i risvolti che la vendita di alcune società avrà sui livelli occupazionali e sulla qualità dei servizi offerti.

Ad avviare i lavori, dopo l'introduzione dell'argomento da parte dei giovani di Cittainsieme, l'assessore Bonaccorsi che ha evidenziato quale fosse la grave situazione finanziaria delle società "Dovute a una gestione discutibile negli ultimi vent'anni", e come fosse necessario intervenire per evitare il dissesto del Comune. "A Catania – ha spiegato Bonaccorsi - le casse del comune sono servite per ripianare le perdite della partecipate e queste ultime sono state alungo percettori di istanze sociali". Insomma, società utilizzate come ammortizzatori sociali o, come ha poi specificato il professor Cellini, come luoghi per creare consensi elettorali. "Di fronte a un quadro tale – ha aggiunto Bonaccorsi – bisognava fare delle scelte, per cui il legislatore è servito da stimolo".

Non vi era nessun obbligo di vendere, quindi, ha ammesso per la prima volta il vicesindaco, ma si è trattato di una scelta politica che ha permesso anche di rispondere ai rilievi della Corte dei Conti che indicava proprio nel sistema delle partecipate un vulnus per le precarie finanze del Comune. Un aspetto, questo, sottolineato dall'avvocato Giorlando, rappresentante del Forum Acqua bene comune, che ha illustrato come la scelta dell'amministrazione di mettere in vendita società che spesso agiscono in monopolio naturale sia stata controproducente nelle realtà dove questo sistema è stato già applicato. "A Genova i lavoratori sono in continua mobilitazione, alcuni dirigenti delle società privatizzate sono stati indagati per corruzione – ha spiegato – e gli investimenti con l'ingresso dei privati sono diminuiti. Quanto ci costeranno questi servizi? Siamo sicuri che pagheremo meno?".

Sono ancora tante, infatti, le questioni aperte in relazione alla messa in liquidazione delle società partecipate del Comune. Almeno 5, per Cellini. "A quali condizioni si venderà?A quali compratori (spero non i soliti noti)? Quale sarà la qualità del servizio?Cosasi intende fare con i proventi delle vendite?E dei lavoratori? Senza una risposta a queste domande- ha affermato Cellini – non è possibile esprimere un giudizio". Domande che hanno trovato parziale risposta da parte dell'assessore Bonaccorsi, "La delibera è un atto di indirizzo politico" – ha detto, così come quelle della platea.

Dopo il capogruppo del Partito democratico a Palazzo degli Elefanti, Saro D'Agata, che ha parlato dell'effettivo dissesto del Comune denunciando pubblicamente l'atteggiamento definito"intimidatorio" che l'amministrazione ha avuto nei confronti dei consiglieri comunali per spingerli ad approvare la delibera, e il candidato sindaco, Maurizio Caserta, è stata infatti la volta delpubblico, in parte composto da dipendenti delle società poste in liquidazione, preoccupati per il futuro lavorativo dei circa 1900 lavoratori. "Che fine faranno le risorse umane? Ci avete pensato?"- ha domandato Riccardo Lanzafame, dipendentedi Asec Trade. "Se il Comune dovesseandare in dissesto, la maggiorparte deilavortori delle partecipate andrebbe a casa - ha risposto Bonaccorsi – e noi abbiamo fatto il possibile per salvarli".

 


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