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Conto alla rovescia
Torna il rischio dissesto

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comune di catania, dissesto finanziario, Catania, Politica
CATANIA- Tasse alle stelle, meno servizi e creditori pagati a metà. Che si tratti di un vero e proprio fallimento, alla stregua delle società private è noto, ma quali sarebbero le conseguenze del dissesto se, come ipotizzato da più parti, sindacati in testa, Palazzo degli Elefanti andasse in crac, non proprio. Rispetto all’impresa privata, infatti, nel caso di bancarotta di un Comune non si può determinare l’estinzione dell’Ente visto che bisogna garantire la continuità amministrativa.

Quando viene dichiarato il dissesto? A stabilirlo è l’art. 244 del Testo Unico sull’ordinamento locale che prevede la procedura di dissesto finanziario quando un ente non è più in grado di assolvere alle funzioni ordinarie e quando esistono crediti di terzi ai quali non riesce a far fronte. Nel caso di default, il sindaco, la giunta e il consiglio resterebbero in carica ma verrebbe nominata una commissione con il compito di gestire il fallimento. L'art. 247 prevede anche l'ipotesi che la dichiarazione di dissesto consegua alla nomina di commissario ad acta, nominato dalla Regione, in caso d'inerzia dell'ente di fronte al pre-dissesto, con conseguente scioglimento dello stesso. Sul piano finanziario, il Comune è chiamato a intervenire sugli equilibri interni per contribuire al risanamento.

I provvedimenti. Le prime conseguenze di fronte al dissesto sarebbero principalmente per i cittadini, che vedrebbero aumentare al massimo le tasse locali, Imu, Tarsu e addizionale Irpef, per un periodo non inferiore ai quattro anni. Nel caso del Comune di Catania, dove le tariffe sono già alle stelle, la conseguenza più evidente sarebbe l’aumento massimo al 6 per mille previsto dalla legge dell’Imu sulla prima casa, attualmente al 5,5 per mille per le case residenziali e al 4 per le case popolari. In secondo luogo, si dovrebbe agire sul personale, che dovrebbe essere ridotto in proporzione alla cittadinanza, secondo un rapporto di 1 su 93; in questo caso, nell’organizzazione del Comune etneo cambierebbe poco, dal momento che l’amministrazione Stancanelli ha già provveduto a ridurre i dipendenti dell’ente di circa un quarto. Il Comune, inoltre, è tenuto a contribuire attraverso l’alienazione del patrimonio immobiliare non strettamente necessario.

Indebitamento. La prima conseguenza del fallimento sarebbe l’aumento del debito complessivo, dal momento che sarà necessaria la rimodulazione dei mutui e i debiti fuori bilancio, oltre 80 milioni di euro, non verrebbero più riconosciuti come priorità, nemmeno di fronte a sentenze esecutive che verrebbero sospese, con conseguente inefficacia dei pignoramenti eventualmente eseguiti, per dare precedenza ai servizi. Ma è sul fronte dei creditori che, in caso di dissesto, si avrebbero le maggiori conseguenze. I debiti verso terzi, infatti, verrebbero immediatamente cristallizzati e chiunque debba ricevere soldi dal Comune rientrerebbe solo di parte del credito, corrispondente a una somma che va dal 40 al 60 per cento delle somme dovute dall’ente. Insomma, i cosiddetti residui passivi, che nel solo rendiconto 2011 ammontano a quasi 120 milioni di euro, verrebbero riconosciuti per la metà.

Un’ipotesi che potrebbe avere a Catania conseguenze gravissime a livello economico, considerato che i fornitori, tra diretti e indotto, che attendono pagamenti a vario titolo, sono circa 500 e che molte ditte sarebbero destinate a fallire, non potendo più ottenere il 100 per cento di quanto iscritto nel proprio bilancio. Tra queste, le aziende partecipate, che vantano crediti verso il Comune per milioni di euro, con la conseguente riduzione al minimo dei servizi da queste erogati: trasporto pubblico in testa.

Salvi, in parte, i servizi a domanda individuale per cui l’ente è tenuto ad approvare le tariffe che assicurino la copertura del 36 per cento dei costi complessivi dei servizi con i soli proventi degli utenti.

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