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Mi faccia causa

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giacomo cacciatore, Politica
PALERMO - 2012: elezioni regionali siciliane. Prossimamente.
Credo che non le dimenticheremo con facilità. Non solo perché si gioca, forse, la sfida più delicata della storia amministrativa della nostra isola, che va a braccetto, come sempre, con uno dei momenti più delicati della storia repubblicana. Ma anche perché, già a metà della galoppata in campagna elettorale, si stanno battendo alcuni record. Innanzitutto di candidature: non ricordo di averne mai viste tante, e tanto varie, in prossimità della scalata alle poltrone. In secondo luogo, per le ri-candidature: non rammento di aver scorto un così nutrito numero di vecchie facce, volti della politica di lungo e lunghissimo corso con nuovi e imprevedibili simboli che fanno loro da “sottopancia”. Come fantasmi che tornano a infestare il castello, rieccoli in azione. E alcuni non cambiano nemmeno lenzuolo: basta allargare i buchi per gli occhi e cambiare voce facendo “buh!” o, male che vada, “boh” e ci si materializza puri e per sempre giovani, con rinnovato spirito battagliero. Ogni riferimento al dott. Antonio Paladino – che nel passaggio da Grande Sud all’Udc si è distinto per parsimonia, limitandosi a far cambiare logo di partito sul manifesto della precedente candidatura, mantenendo però la stessa foto e lo stesso sfondo – non è per niente casuale.
Ma se commedia deve essere, la trovata sganasciante di questa tornata elettorale è che dalla tribuna politica si è passati alla politica dei tribunali. Siamo ai fasti di “Un giorno in pretura” (il film con Sordi, non la trasmissione della Petrelluzzi, non per il momento, almeno).
È scoppiata infatti la “querelite”.
In soldoni: si querelano tutti. Una volta ci si sfidava a duello. Ma oggi l’immagine conta più dell’onore delle armi e dello schiaffo col guanto. E alla parola (pubblica) di troppo che la “sporca”, si ribatte con una notizia (altrettanto pubblica) di rivalsa per vie legali, causa diffamazione.
Era già successo tra giornalisti (Salvo Sottile contro Mariano Sabatini, per esempio) e tra scrittori ed editor (Carofiglio contro Ostuni). Ora tocca ai candidati alle regionali. Dati alla mano, la lista di duellanti a suon di querele, in Sicilia, soltanto nell’ultima settimana, impressiona per lunghezza e furore compulsivo. Il dirigente delle Attività produttive Nicosia querela l'assessore Venturi; Saverio Romano si rivale legalmente su Crocetta e Miccichè; Nello Musumeci incrocia le spade del codice civile con Crocetta; Alfonso Cicero annuncia “querelo Lombardo e Armao”. E poi Lombardo contro Venturi, Lo Bello contro Lombardo…
Ho cercato di trovare una spiegazione pseudo-antopologica a questo fenomeno. Mi sono chiesto se sia colpa di Twitter, l’anticamera virtuale al “ti faccio causa”; ho dato la responsabilità agli americani, che hanno inventato l’agone politico in tv, col piglio dei cowboy armati di colt caricata a parole e ingiurie. Ma loro sono pistoleri per conformazione. Noi burocrati per deformazione. Ho ipotizzato, malignamente, una questione di marketing: se Parigi val bene una messa, figuriamoci quanti articoli di giornale vale una querela. Certo è che a rimetterci è il solito elettore, che di liti non ne può più. Rassegniamoci. Beppe Grillo si è appena asciugato le gocce dello stretto di Messina dal torace ed è pronto a fare da imbuto per il prossimo torrente di querele. Anche perché un Grillo davanti a un giudice forse vale più di cinque Crocetta e tre Miccichè.


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