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Il boss del Messinese

Sulla trattativa si abbatte
il "mistero" Cattafi

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41 bis, cattafi, speciale trattativa, trattativa stato-mafia, Cronaca
PALERMO - Potrebbe essere sentito anche dalla procura di Palermo, nell'ambito dell'inchiesta sulla trattativa Stato-mafia, Rosario Pio Cattafi, avvocato, imprenditore e presunto capomafia della cosca di Barcellona Pozzo di Gotto. Ma prima di convocarlo i pm si confronteranno con i loro colleghi messinesi. Un fatto istituzionale, certamente, ma anche sostanziale. Cattafi, da ieri in regime di 41-bis, sostiene di aver intrattenuto rapporti negli anni '90 con l'ex magistrato e vice-capo del Dap, Francesco Di Maggio. Si tratta del personaggio ritenuto centrale dagli inquirenti nella vicenda del mancato rinnovo del carcere duro per centinaia di boss nel 1993. Ma Di Maggio è morto nel 1996. Ora Cattafi sosterrebbe di essere in possesso di alcuni nastri in cui quegli incontri sono stati registrati. La notizia, appresa dalla stampa dai magistrati palermitani, vedrebbe il presunto boss assumere le vesti di anello di congiunzione fra rappresentanti delle istituzioni e Cosa nostra. Ma, come detto, i pm di Palermo si confronteranno prima con i colleghi dello Stretto. Rosario Pio Cattafi, infatti, è uno di quei personaggi “border-line” che entrano ed escono nelle storie nere del Paese.

Un rapporto del Gico della guardia di finanza, risalente al 1996, lo descrive come “figura di indubbia rilevanza investigativa che si eleva sulle altre in quanto è evidente scrigno di conoscenza di meccanismi perversi dell'apparato statale e cioè di quelle cose 'delicatissime', come egli usa definirle”. Di Cattafi, ex militante della formazione di estrema destra “Ordine nuovo”, parla per primo il pentito Angelo Epaminonda, come affiliato alla famiglia mafiosa di Nitto Santapaola a Catania già dal 1984. E Cattafi, di contro, non lesina critiche nei suoi confronti. Intercettato nel settembre 1992 maledice il giorno in cui ha conosciuto Epaminonda e sostiene, parlando con un altro indagato, di conoscere “il dottor Di Maggio, il pm” sin dai tempi di scuola. Nel 1993 Cattafi finisce nuovamente in manette, coinvolto nell'inchiesta sull'autoparco di via Salomone a Milano, ritenuto il centro direzionale di Cosa nostra nel nord-Italia. Accusato di traffico internazionale di armi e riciclaggio, il suo nome torna nell'inchiesta della procura di Palermo conosciuta come “Sistemi criminali” su un presunto tentato golpe da parte di boss mafiosi, massoneria deviata e estremisti di destra architettato fra il 1991 e il '93. Un fascicolo archiviato nel 2001 dal quale, però, è stato stralciato appunto il capitolo “trattativa”.

Su Cattafi hanno indagato anche le procure di Firenze e di Messina. La sua frequentazione del circolo culturale peloritano “Corda Frates” ha provocato qualche rogna anche al procuratore generale di Messina, Franco Cassata, presidente dell'associazione. “Un circolo ben frequentato, oltre che da esponenti della massoneria, anche dal boss Giuseppe Gullotti, mandante dell'omicidio del giornalista Giuseppe Alfano (avvenuto nel 1993), ma anche da Rosario Cattafi, indagato per le stragi del 1992”, ebbe a dire Antonio Di Pietro in un intervento infuocato alla Camera dei deputati nel luglio 2008.

Da ultimo a Cattafi, nel marzo 2011, sono stati sequestrati beni per sette milioni di euro: la società Dibeca sas, quattro immobili, quattro auto, una moto di grossa cilindrata, conti correnti e titoli. Poi, lo scorso luglio, l'operazione “Gotha III” dei carabinieri messinesi che lo ha portato in manette. Dopo quasi due mesi di carcerazione Cattafi ha voluto, forse, tirar fuori l'asso dalla manica. Ai magistrati il compito di capire se si tratti di un bluff.


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