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LE INDAGINI

L'omicidio di Falsomiele:
le telefonate prima della tragedia

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Le indagini sull'omicidio di Emanuele Pilo, 27 (nella foto) anni, ucciso dal suocero, Gioacchino Di Domenico, 63 anni. Agli atti dell'inchiesta le conversazioni fra la vittima e le figlie. L'assassino si difende: "Volevo solo spaventarlo".

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PALERMO- Telefonate drammatiche. Conversazioni dure che confermerebbero il clima familiare di tensione. Quella tensione culminata nella tragedia di ieri.

Emanuele Pilo, dipendente Amia di 27 anni, è morto sotto i colpi del fucile da caccia del suocero, Gioacchino Di Domenico, 63 anni. Il giovane aveva in mano un grosso coltello da cucina. Era andato nella villetta del suocero, a Falsomiele, per fare del male alla moglie e il padre della ragazza si è difeso. Gli investigatori privilegiano questa ipotesi, anche se i parenti della vittima sostengono che Emanuele da casa sia uscito senza il coltello. Coltello che, dunque, qualcuno gli avrebbe messo in mano per avvalorare la legittima difesa di Di Domenico? Spetta agli uomini della sezione omicidi della Squadra mobile, guidati da Carmine Mosca, e al pubblico ministero Francesco Del Bene trovare conferme o smentite a un'ipotesi che rischia di complicare la già difficilissima situazione di Gioacchino Di Domenico. E' stata disposta l'autopsia sul cadavere e una perizia balistica per capire da quale distanza siano stati esplosi i colpi che hanno raggiunto la vittima al volto.

Agli atti del fascicolo ci sono pure le conversazioni registrate dalla moglie della vittima, Valeria Di Domenico. La Procura stava decidendo se applicare una misura cautelare nei confronti di Pilo che alle figlie, al telefono, qualche settimana prima della tragedia aveva detto che “la mamma e il nonno non hanno capito niente, gli faccio vedere il sangue”. Ed ancora: “Gliela faccio pagare. A questo punto non ci voglio arrivare”.Ci sarebbe davvero arrivato?

Gli investigatori lo hanno trovato riverso per terra davanti al cancello dell'abitazione del suocero in via Brasca, dove la moglie era tornata a vivere. Così l'omicida ha ricostruito i fatti nel corso dell'interrogatorio di garanzia davanti al giudice e in presenza del suo legale, l'avvocato Miria Rizzo: “Non volevo ucciderlo. Mi sono fatto prendere dal panico e ho sparato due colpi in aria per impaurirlo. Lo avevo avvertito di non entrare. Ho visto che si arrampicava sul cancello. Luccicava qualcosa”. Quel qualcosa era il coltello. Di Domenico non avrebbe voluto uccidere Pilo. Ha detto di avere fatto fuoco solo per spaventarlo. I colpi sparati con un fucile da caccia hanno, però, raggiunto Pilo in pieno volto. Nonostante fosse sera. Nonostante i problemi di vista e la luce accecante del palo dell'illuminazione, come lo stesso Di Domenico ha detto durante l'interrogatorio nel corso del quale ha negato l'ipotesi di avere messo lui il coltello in mano al genero.

I rapporti fra i due giovani sposi erano ormai logori. Erano ai ferri corti. La tragedia di Falsomiele era stata preceduta da altri due episodi che la dicono lunga sul clima di paura in cui erano piombati i protagonisti della vicenda. Il giovane aveva cercato di fare fuoco alla casa coniugale. Un tentativo fallito grazie ad una telefonata dei vicini ai carabinieri. Gli stessi carabinieri che qualche giorno prima lo avevano trovato dentro casa mentre accatastava i mobili al centro della stanza stanza con l'intento, anche quella volta, di appiccare le fiamme.

La ragazza aveva deciso di separarsi. Non riconosceva più in lui il ragazzo che aveva sposato e con cui aveva messo al meno due figlie. Alcol, droghe e altre donne. No, non era questa la vita che aveva sognato. E così aveva deciso di separarsi, mandando su tutte le furie il marito. Telefonate e minacce erano ormai all'ordine del giorno.




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