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Il ritratto

La caduta del piemme
che volle farsi politico


Da (quasi) candidato presidente a corpo estraneo: così è maturata la fine del feeling tra Massimo Russo, pietra angolare del lombardismo di governo, e la politica.

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Ci aveva creduto, Massimo Russo. Candidato presidente della Regione, magari in ticket con Fabio Granata, i due volti dell'ala “legalitaria” del Nuovo Polo lombardiano. Se n'era parlato, e parecchio. Lui, il magistrato allievo di Borsellino, testata d'angolo del lombardismo di governo, veterano nella giunta e neovicepresidente della Regione, magari ci aveva pure contato. Perché Massimo Russo, un uomo perbene dall'ego ingombrante e con tanta voglia di fare, è un generoso. E alla politica, dove era arrivato da tecnico, per mettere mano al marcio e tumefatto bubbone della sicula sanità, ha creduto. E parecchio. Tanto da lasciare sbiadire come un lontano ricordo l'immagine della toga, sposando un look ben diverso, da descamisado peronista, sul palchetto dell'ultimo congresso dell'Mpa, una kermesse di partito giocata sul ritornello dell'autonomia. Con Russo nelle vesti di lìder maximo del lombardismo di governo, a fianco a Giovanni Pistorio, delfino designato del lombardismo di Palazzo.

Ci aveva creduto, Massimo Russo. Andando avanti per quattro anni come un caterpillar, incurante della quotidiana guerra senza quartiere dei suoi avversari politici. Sulla sua, storica forse, riforma della Sanità, s'era consumata la rottura tra Lombardo e i suoi alleati berlusconiani e cuffariani. Russo è andato avanti, tra improperi, critiche, persino mozioni di sfiducia, col coraggio di scontentare tutti, persino gli alleati politici, collezionando nemici su nemici nel Palazzo. Nemici, molti dei quali, oggi stanno in primissima linea nella coalizione con cui il “suo” partito si presenta alle urne.

È andato avanti Russo, tra alti e bassi, grazie alla massiccia dose di autonomia decisionale che Lombardo gli ha sempre lasciato. Sempre meno tecnico e sempre più politico. Tanto da fondare un suo movimento, Team Sud, reclutando truppe tra le corsie d'ospedale, un recruitment che ha fatto strappare le vesti a quei verginelli dei suoi detrattori politici. Russo ha anche tentato la sfida delle urne, presentando insieme a Gaetano Armao e al deputato dall'eloquio folk Giovanni Greco, una lista alle amministrative di Palermo. Un esperimento dai risultati modesti, ma non fallimentari alla luce della balcanizzazione alle urne. “Abbiamo preso comunque la metà dei voti del Pd”, diceva uno dei promotori di Palermo Avvenire dopo il voto. E non diceva una bugia.

Ci aveva creduto, Massimo Russo. Ora non ci crede più. E tornerà a fare il magistrato. In Umbria, Trentino o chissà dove, visto che le toghe non possono tornare all'opera nella regione in cui hanno rivestito cariche politiche. "Sono una persona seria e coerente, che ha servito la Sicilia, ma oggi non ci sono più le condizioni. In questi giorni ho assistito a un impazzimento della politica". Un “impazzimento” fatto di giochetti e trappoloni, di candidati lanciati e traditi in un amen, di patti fra nemici e di amici abbandonati. Un copione che in quattro anni e passa accanto a Raffaele Lombardo, Russo in realtà aveva già visto. Ma mai a proprie spese.

Ci aveva creduto, Massimo Russo. Di resistere al tempo e non finire come gli altri “santini” dell'antimafia, schierati in questi anni dall'astuto Raffaele. Tutti erano usciti di scena, chi prima e chi dopo, con stile e senza far troppo rumore. Ma nessuno di loro, forse, ci aveva creduto quanto lui.


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