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LUTTO NELL'AVVOCATURA

È morto l'avvocato Fileccia
"Giovani siate fieri ma corretti"

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È morto l'avvocato Cristoforo Fileccia, decano dei penalisti palermitani. Aveva 90 anni.

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Il Palazzo di giustizia era la sua seconda casa. Fino all'ultimo ha respirato l'aria di quei corridoi, di quelle aule di cui conosceva i segreti. Centimetro per centimetro. Accanto a lui c'erano i suoi più stretti collaboratori. Giovani avvocati nel frattempo diventati professionisti alla scuola dal maestro.

Cristoforo Nino Fileccia è morto dopo una breve malattia. Il decano dei penalisti palermitani aveva 90 anni. Lascia la moglie Maria Alberta Olrando e una figlia. E lascia pure la sua eredità di conoscitore del diritto ai tanti avvocati che ha contribuito a formare. Una conoscenza accumulata in sessantanni di professione. Per lui nato ad Alcamo, figlio di un sottufficiale dell'esercito, gli studi a Palermo rappresentarono l'inizio di una lunga carriera. Per risalire alle origini bisogna andare indietro nel tempo, quando i giornali si stampavano in bianco e nero. Quando la cronaca parlava del bandito Salvatore Giuliano di cui Fileccia aveva difeso la madre. È negli anni del maxi processo, quando il mondo intero inizia a fare i conti con Cosa nostra, che Fileccia diventa uno dei più conosciuti penalisti palermitani. Di mafiosi oltre le sbarre ne ha difeso parecchi. Dalle guerre fra i clan ai delitti politici La Torre, Mattarella e Reina: nei processi più delicati Fileccia era sempre presente.

Forse la cronaca lo ricorderà soprattutto per essere stato lo storico difensore di Totò Riina. E proprio al nome del capo dei capi è legato un episodio che fece rimbalzare la faccia del penalista su tutte le televisioni. Nella stagione delle stragi del '92 Fileccia risposte a una giornalista della Rai mentre saliva i gradini del Palazzo di giustizia. Disse che l'allora superlatitante corleonese lui lo incontrava in Sicilia. Aggiunse pure che avrebbe cercato con tutte le sue forze di tirarlo fuori dai guai giudiziari. Apriti cielo. Le polemiche furono infuocate. C'è chi parlò di provocazione e chi, addirittura, di favoreggiamento. In verità, nulla c'era di illegale in quello che aveva detto e fatto Fileccia. Rientrava nelle prerogative del difensore incontrare il proprio assistito, seppure e sebbene latitante. Era il suo manifesto. Guardare i fatti per smontarne, da tecnico, la valenza di prove. Non era compito del penalista entravi nel merito. Da allora divenne quasi impossibile raccogliere una sua dichiarazione. Diffidava dei microfoni. Solo di quelli, però. Perché Fileccia era sempre disponibile al confronto. E negli ultimi tempi le conversazioni erano zeppe di aneddoti ed episodi che meritavano di essere ascoltati.

Una volta, però, decise di parlare di nuovo a un microfono. Era il febbraio del 2010. Avevano da poco ammazzato l'avvocato Enzo Fragalà. La Camera penale palermitana convocò un'assemblea. E Fileccia prese la parola: “Cari colleghi, sarò breve perché come tutti i vecchi sono afflitto dalla facile commozione e dalle lacrime, e non voglio mostrami così debole”. Ed invece le lacrime scesero copiose quando raccontò di essere andato in ospedale per fare sentire “il palpito del mio cuore, dell'avvocato più anziano di Palermo, a Enzo per il vile e feroce gesto”. In quel giorno da lui che era “nato prima ancora che il Palazzo di giustizia fosse costruito” partì un messaggio rivolto soprattutto ai giovani: “Siate fieri della professione che avete scelto. Mi raccomando, però: siate fieri ma sempre corretti”. Applausi scroscianti in un'aula magna piena di gente.

 

 


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