Live Sicilia

In Venezuela

Arrestato il boss Bonomolo
Era latitante dal 2007

VOTA
3.4/5
19 voti

, Cronaca
Gli investigatori lo considerano l'ambasciatore di Cosa nostra in Venezuela. Finisce in un carcere di Caracas la latitanza di Salvatore Bonomolo, 47 anni, uomo della famiglia mafiosa di Palermo Centro. Mandamento mafioso di Porta Nuova. Tradito dalla voglia di rientrare nel giro degli affari sporchi e dagli affetti.

Era ricercato dal 2007 e deve scontare una condanna a dieci anni per mafia ed estorsione. I poliziotti venezuelani lo hanno bloccato in un centro commerciale. Le indicazioni dei colleghi della Catturandi della squadra mobile di Palermo erano state fin troppo precise. A dargli la caccia erano gli agenti agli ordini del capo della Catturandi, Gianfranco Minissale, di quello della Mobile, Maurizio Calvino, e della Sezione criminalità organizzata diretta da Antonino De Santis. Una squadra infallibile che ha scovato tutti, o quasi, i latitanti in circolazione. Seguivano le sue mosse da aprile scorso. Poi, grazie alle intercettazioni il cerchio si è stretto fino alla cittadina di Porlamar. Il boss era appena uscito dal centro commerciale Sambil, poco distante dal residence in cui secondo gli inquirenti ha vissuto negli ultimi anni. Il suo covo non è stato ancora rintracciato dagli agenti dell'Interpol guidati da Giampiero Messinese e Cinzia Petralito. Bonomolo ha negato la sua identità spacciandosi per un turista italiano in vacanza. Poi, ha capito che era inutile continuare a fingere. Ha ammesso la sua identità e ha chiarito, da subito e a scanso di equivoci, che non ha alcuna intenzione di collaborare con la giustizia. Adesso saranno avviate le procedure per l'estradizione. Due mesi al massimo e il latitante sarà in Italia per scontare la sua pena. Secondo gli investigatori coordinati dal procuratore aggiunto Antonio Ingroia e dal sostituto Lia Sava, sarebbe l'ambasciatore delle cosche palermitane in America Latina. Probabilmente voleva ripristinare vecchi traffici di droga.

I poliziotti hanno ricostruito la carriera criminale di Bonomolo, iniziata con la riscossione del racket e probabilmente approdata ad un un importante incarico "internazionale". Pochi mesi fa la Corte d'appello lo ha condannato a dieci anni e quattro mesi. Il processo arrivava da un rinvio della Cassazione che ha fatto cadere un paio di aggravanti. Niente di così decisivo. Non è stato scalfito l'impianto accusatorio che ha retto per lui e gli altri imputati. Si tratta di Angelo Monti, Francesco Annatelli e Piero Guccione. Tutta gente di corso Calatafimi, zona in cui avrebbero formato un gruppo specializzato nella riscossione del pizzo.

Di recente i contatti tra Bonomolo e i familiari si sono intensificati. Una girandola di telefonate che può essere così riassunta. Nell'aprile scorso parte una telefonata da una cabina davanti al supermercato Carreefour di via Lanza di Scalea. Ad alzare la cornetta a Palemo è un parente di Bonomolo, braccato come gli altri dagli agenti. Ha compsoto il numero di un'utenza venezuelana finita subito sotto controllo. Le conversazioni vengono registrate sui nastri magnetici e inizia la caccia all'uomo. Quell'uomo che era approdato cinque anni fa in Venezuela sfruttando il passaporto e l'identità di tale Angelo Garofalo.

L'arresto è l'ultimo passaggio di un'indagine tradizionale, come l'ha definita il questore Nicola Zito, iniziata seguendo i movimenti bancari dei soldi che transitavano dalla Sicilia su un contro corrente sudamericano. Trecento euro al mese, non di più, spediti tramite bonifico con regolarità per tutto il 2007. Poi, il canale si è interrotto. Le tracce si sono perse. Da qui la scelta di concentrare le indagini sui parenti con i quali Bonomolo era in contatto anche tramite Facebook. Aveva aperto una pagina sul social network. Si era registrato come Angelo Margarita. Margarita, come il nome dell'Isola che fa parte del Venezuela e dove si era rifugiato.


/web/virtualhosts/catania.livesicilia.it/www/upload/assets/xml/1324,3,sotto-articolo.php